UMANESIMO E RINASCIMENTO. Il contesto storico-sociale e culturale. L'età dell'Umanesimo (XV secolo) e del Rinascimento (XVI secolo) è caratterizzata da profonde trasformazioni sociali, economiche, politiche nonché culturali e filosofiche. Perdono potere le grandi istituzioni universalistiche (sovranazionali) costituite dal Papato e dall'Impero a causa del sorgere delle prime monarchie nazionali (Inghilterra, Francia, Spagna) e, in Italia, delle Signorie e dei Principati. L'Impero e il Papato avevano dato all'Europa unità di lingua (il latino), di governo politico, di cultura e di religione, nonostante la suddivisione politico-territoriale in tanti feudi nobiliari. Si parla infatti di "universalismo" del Medioevo. Col sorgere delle monarchie nazionali, delle Signorie e dei Principati, al posto di una politica e di una visione politico-sociale, culturale e religiosa unitaria, universale, si affermano le politiche e le culture nazionali, che spesso entreranno in contrasto ed in guerra fra di esse per il desiderio di ciascuna di estendere il proprio potere. Nasce e si consolida una nuova classe sociale, la borghesia cittadina, attiva e industriosa, assai diversa sia dalla nobiltà militare sia dalla classe e mentalità contadina del Medioevo. Mentre nel Medioevo la società era di tipo rurale, con l'Umanesimo e il Rinascimento diventano più importanti le città rispetto alla campagna, sia come centri economici che culturali: civiltà urbana. Queste trasformazioni storico-politiche ed economico-sociali favoriscono il formarsi di una nuova cultura e di una nuova mentalità. Per Umanesimo e Rinascimento si intende, appunto, la nuova cultura, la nuova società e la nuova civiltà che, dopo il Medioevo, sorge dapprima in Italia, nel Quattrocento, e poi si diffonde nel Cinquecento in tutta l'Europa, comportando un profondo rinnovamento della letteratura, dell'arte, della scienza e della filosofia. I caratteri generali dell'Umanesimo e del Rinascimento. L'affermazione della borghesia e l'avvento di nuove attività e di nuovi mestieri cambiano i modi di vita: avviene il passaggio, già iniziato nell'età dei Comuni, ad un nuovo tipo di economia basata sul commercio e sulla produzione artigianale, che sostituisce l'economia feudale basata sull'agricoltura. Contestualmente sorgono nuove concezioni sull'uomo, sul rapporto uomo e Dio, sull'atteggiamento verso il tempo, sulla rivalutazione del lavoro e della ricchezza nonché sulla natura fisica del mondo. L'uomo è artefice del suo destino. L'affermarsi di nuove professioni e mestieri dipendenti dalle capacità professionali determina un nuovo interesse per la formazione culturale e professionale dell'individuo. L'uomo che ha una buona preparazione culturale e professionale è destinato ad avere successo: l'uomo può essere l'artefice (il costruttore) del proprio destino. Da qui l'interesse che l'Umanesimo ha per l'uomo, per il valore dell'uomo, 4 che non è più considerato, come nel Medioevo, un pellegrino nella vita terrena in attesa di quella ultraterrena. L'uomo vale anche per se stesso: è concettualmente collocato al centro dell'universo. Il suo fine non è più soltanto la salvezza ultraterrena ma anche il saper vivere la vita terrena con senso di responsabilità, con soddisfazione ed impegno civile. Si passa dal teocentrismo (Dio sta al centro) medievale all'antropocentrismo (l'uomo sta al centro). La vita attiva diventa più importante della vita contemplativa esaltata nel Medioevo, secondo cui ogni interesse doveva essere anzitutto rivolto alla conoscenza filosofico-teologica. Viene invece attribuito valore anche alla conoscenza e alla pratica delle cose umane e terrene. L'uomo e Dio. L'uomo dell'Umanesimo e del Rinascimento ha riconquistato fiducia nelle proprie individuali capacità e nel proprio valore. Anche nei confronti di Dio aspira ad un rapporto più diretto: sente come un peso eccessivo l’autoritarismo della Chiesa e la sua tendenza a regolare i comportamenti individuali fin nel dettaglio. L'individuo vuole essere più autonomo nel praticare la propria fede e nell'interpretare le Sacre scritture, ruolo questo che la Chiesa considerava esclusivamente suo. Saranno questi nuovi atteggiamenti e questi nuovi modi di sentire che porteranno alla contestazione della struttura gerarchica della Chiesa e quindi alla Riforma protestante cui seguirà la Controriforma cattolica. L'atteggiamento verso il tempo. Con la nuova mentalità cambia anche il modo di concepire il tempo: 1. il tempo della vita terrena non è più considerato solo come attesa e cammino verso l'aldilà, ma assume importanza e valore in se stesso; la brevità della vita comporta che il tempo e la vita terrena siano vissuti intensamente; 2. il tempo della società e dell'economia agricola medievale era regolato dalla natura, quello della nuova società ed economia umanistica e rinascimentale è un tempo che l'uomo vuole controllare e misurare poiché inteso ormai coincidere col denaro (il tempo è denaro); meno tempo si impiega nella produzione economica maggiore è il guadagno; il tempo non va sprecato. Rivalutazione del lavoro e della ricchezza. Collegata alla superiorità della vita attiva su quella contemplativa è l'importanza attribuita al lavoro umano: il fine dell'uomo non è più la fuga dal mondo per l'aldilà, secondo l'ideale dell'eremita e dell'ascetismo medievali, ma anche la vita terrena ha un suo valore. Il lavoro non è più considerato una maledizione che ha colpito l'uomo a causa del peccato originale, ma come una sorta di collaborazione dell'uomo nell'opera creatrice di Dio. Ed anche il frutto del lavoro, ossia la ricchezza, viene guardato positivamente. Essere ricchi non è una colpa se è il risultato di un onesto lavoro ed impegno personale. Nuova concezione della natura. L'economia agraria medievale dipendeva strettamente dagli eventi meteorologici naturali (col bel tempo c'erano buoni raccolti e col cattivo tempo c'erano scarsi raccolti): la natura veniva perciò considerata come qualcosa di non controllabile dall'uomo. La nuova economia mercantile ed artigianale è invece largamente 5 indipendente dagli eventi naturali, svolgendosi prevalentemente all'interno dei fabbricati cittadini. Il successo economico non dipende più dalla forza incontrollabile della natura, ma dipende dalla capacità e dalla formazione professionale dei singoli individui nonché dall'abilità nell'organizzare la vita sociale e politica all'interno della città. Di conseguenza nasce una nuova mentalità nei confronti della natura: non si dipende più interamente da essa, ma ci si rende conto della possibilità di conoscerla meglio per regolarla, favorendo i commerci e la produzione artigianale. Da ciò lo sviluppo della filosofia naturalistica che caratterizzerà soprattutto il Rinascimento e che per certi aspetti anticiperà la rivoluzione scientifica del Seicento. La natura non è più considerata una forza imprevedibile contro cui l'uomo non può fare nulla, ma invece si comincia a comprendere che i fenomeni naturali avvengono con una certa regolarità e che sono quindi prevedibili, per cui l'uomo è allora in grado di trasformare la natura con le nuove tecniche di sua invenzione. Cambia di conseguenza anche la concezione del sapere e della conoscenza: il sapere non è più soltanto quello teologico, finalizzato alla comprensione della fede, ma diventa un sapere pratico, finalizzato al miglioramento della vita terrena. Distinzione o continuità tra Umanesimo e Rinascimento e tra Rinascimento ed Età moderna. Per Umanesimo, che si sviluppa nel Quattrocento, si intende specificatamente il ritorno alle "humanae litterae", cioè la riscoperta e valorizzazione delle opere culturali, letterarie, poetiche e filosofiche dell'antichità classica greco-romana, considerate esemplari per bellezza ed eleganza dello stile nonché come modelli di vita per l'esaltazione delle virtù civili. Diversamente dalla Scolastica più matura che, principalmente con Tommaso d'Aquino, si era ispirata in gran parte alla filosofia di Aristotele, anche se adattata alla concezione cristiana, per l'Umanesimo il più importante maestro di pensiero è Platone, per lo stile poetico ed artistico e per il carattere idealistico della sua filosofia. Più in generale, gli umanisti respingono la cultura medioevale e scelgono quella dell'antichità classica perché più vicina alla loro nuova mentalità. Per Rinascimento, sviluppatesi nel Cinquecento, si intende specificatamente la rinascita, dopo quello medievale, dell'uomo nuovo, il quale considera se stesso, gli altri, il mondo e Dio in modo nuovo ed in senso non più esclusivamente religioso. Un aspetto importante del Rinascimento è la rinascita dell'interesse per la filosofia della natura: la natura è concepita come "animismo", cioè come forza che anima, che produce, dà vita e movimento alle cose; non una natura morta, passiva ed inerte ma attiva e viva; una natura come organismo vivente e non come meccanicismo (la natura e i fenomeni naturali non sono cioè il risultato di soli rapporti meccanici di causa-effetto, ma la natura ha una sua anima, una sua vitalità ed un suo proprio fine). Questo interesse per la natura induce successivamente a riconsiderare l'importanza, oltre che di Platone, anche della filosofia di Aristotele perché più razionalista e di maggior orientamento naturalistico. Peraltro la filosofia naturalistica 6 rinascimentale ha un carattere ambiguo, oscillante: da un lato mira ad essere scientifica, cercando di comprendere scientificamente i fenomeni naturali, ma dall'altro lato si è portati a pensare che la natura sia qualcosa di magico, da studiare perciò anche con la magia, con metodi e pratiche magiche ed esoteriche. In taluni altri casi la natura è identificata con Dio (Dio non è sopra la natura ma dentro di essa: panteismo) e comunque si è portati a vedere nella natura la manifestazione di una intelligenza divina. A causa delle rispettive e specifiche caratteristiche alcuni studiosi ritengono che Umanesimo e Rinascimento siano due periodi storico-culturali da tenere fra di essi distinti. Taluni, in particolare il tedesco G. Voigt e lo svizzero Burchardt, distinguono nettamente i due periodi, affermando che l'Umanesimo ha un carattere soprattutto letterario, basato sugli studi umanistici e classici, mentre il Rinascimento ha un carattere più filosofico e scientifico. Ciò significa dire che gli umanisti furono soprattutto filologi (filologia=studio dei testi e delle parole), con prevalenti interessi letterari ed artistici, mentre le persone dotte del Rinascimento furono più filosofi, con prevalenti interessi per la filosofia naturalistica e per un nuovo modo di considerare Dio e il rapporto uomo-natura-Dio. Ma l'opinione della maggioranza degli studiosi, a partire dallo storico tedesco Burdach, sostiene che Umanesimo e Rinascimento non devono essere visti come due età separate ma continuative, come due facce di un identico fenomeno, perché già lo studio delle "humanae litterae" va avvertito come vera rinascita (Rinascimento) della civiltà. Così, pur senza negare le differenziazioni interne, il termine storiografico di Rinascimento viene ad estendere il proprio significato per denotare l'intera civiltà culturale del Quattrocento e Cinquecento: Umanesimo e Rinascimento insieme. In effetti, la storia procede gradualmente e non fa salti: già alcune caratteristiche dell'Umanesimo e del Rinascimento si ritrovano e sono anticipate nell'età dei Comuni, rinvenendo in Francesco Petrarca e Colucci Salutati due significativi precursori. Si è altresì dibattuto circa i rapporti del Rinascimento con l'Età moderna. Per lungo tempo i sostenitori della distinzione tra Rinascimento e Medioevo hanno considerato il Rinascimento come l'inizio stesso dell'Età moderna in ragione del definitivo tramonto dell'età medievale. Invece i sostenitori della continuità tra Umanesimo e Rinascimento hanno interpretato il Rinascimento, anziché come inizio dell'Età moderna, ancora come prosecuzione, in buona parte, della civiltà cristianomedievale. Gli studiosi odierni, in genere, hanno assunto una posizione mediana fra le due opposte interpretazioni anzidette, collocando l'inizio dell'Età moderna con la Rivoluzione scientifica (Galilei e Francesco Bacone) e considerando piuttosto il Rinascimento come periodo di transizione tra Medioevo ed Età moderna, ossia come epoca di sintesi tra il vecchio e il nuovo, avente in sé elementi di novità e di conservazione al tempo stesso. 7 La nuova figura dell'intellettuale laico e le nuove sedi della cultura umanistica e rinascimentale. L'Umanesimo e il Rinascimento, dopo aver spezzato l'unità politica del Medioevo (con la crisi dell'Impero), ne rompono anche l'unità culturale, rifiutando la struttura gerarchica del sapere che poneva in cima la teologia. Si ha infatti una tendenziale laicizzazione del sapere, in virtù della quale le varie discipline cominciano a rivendicare ognuna la propria autonomia. Ciò avviene lungo un tormentato processo: la letteratura difenderà il principio dell'autonomia dell'arte, non più subordinata ad obblighi pedagogico-moralistici ma valida in se stessa e nei valori formali della bellezza; il protestantesimo di Lutero darà origine a una teologia sempre più separata dalla filosofia; Machiavelli difenderà l'autonomia della politica rispetto alla morale e alla religione; Ugo Grozio, nel Seicento, getterà le basi per un analogo riconoscimento dell'autonomia del diritto; Galileo perverrà infine alla fondazione dell'autonomia della scienza, svincolata da condizionamenti metafisici e teologici. Questo processo di laicizzazione ed autonomizzazione del sapere viene a caratterizzare la mentalità dei nuovi intellettuali, di estrazione borghese, i quali, non essendo ecclesiastici, sono maggiormente portati a riconoscere l'autonomia delle varie discipline umane. Con l'Umanesimo e il Rinascimento la Chiesa perde dunque il secolare predominio, conservato per tutto il Medioevo, nell'organizzazione della cultura che passa i laici, ossia alla borghesia cittadina che apprezza l'arte, il bel parlare e l'eloquenza nello scrivere come valori in sé, non più subordinati ad esclusive finalità religiose ultraterrene: anche l’aldiquà ha un valore, da non disprezzare rispetto all’aldilà, perché è anch'esso un dono di Dio. La cultura diventa laica e la borghesia costituisce nuove scuole e nuove sedi culturali. Si diffondono le scuole professionali, che preparano alla vita pratica e lavorativa: la conoscenza della lingua scritta (imparare a scrivere) e la conoscenza dell'aritmetica vengono considerate come condizioni necessarie per lo svolgimento di un'attività professionale. Le carriere professionali che comportano lunghi studi universitari continuano ad essere quelle tradizionali del giurista, del medico e dell'ecclesiastico, ma già comincia ad apparire la professione del letterato. Il ruolo più diffuso dei letterati è quello di scrittore al servizio del re o del principe, per scrivere documenti ufficiali, in elegante latino, per tradurre dal greco in latino o per scrivere opere celebrative delle virtù del re o del principe di cui è al servizio. Sorge proprio in questo periodo la figura del "mecenate", ossia del nobile che chiama alla sua corte un letterato e lo stipendia. Tutto ciò non impedisce tuttavia ai letterati di scrivere opere anche di loro interesse, non richieste dal mecenate da cui dipendono. Ai livelli più alti della cultura, la borghesia istituisce, accanto alle Università, le Accademie, che diventano luoghi di elaborazione di una cultura diversa da quella della filosofia scolastica. Numerose sono anche le biblioteche aperte al pubblico. 8 Certamente, gli intellettuali dell'Umanesimo e del Rinascimento rimangono una minoranza privilegiata rispetto al resto della popolazione, che non conosce il latino e che spesso è analfabeta. Sorge allora il problema della lingua da usare, ossia se scrivere in latino oppure in lingua volgare per farsi capire da un pubblico più ampio. Prevalentemente viene usato il latino (non però quello medioevale bensì quello classico) come lingua internazionale comprensibile a tutte le persone istruite d'Europa, ormai divisa in Stati nazionali, e ciò anche per favorire lo scambio intellettuale e culturale a livello europeo. Viceversa, si usa prevalentemente il volgare quando ci si vuol far capire dalla popolazione locale. In ogni caso, anche quando si scrive in volgare si considera condizione necessaria che lo scrittore conosca comunque il latino. Tra i maggiori esponenti dell'Umanesimo possiamo citare: Leon Battista Alberti; Nicolò Cusano; Marsilio Ficino; Pico della Mirandola; Pietro Pomponazzi. Tra i maggiori esponenti del Rinascimento possiamo citare Bernardino Telesio; Giordano Bruno; Tommaso Campanella. ================================================== Leon Battista Alberti (1404-1472). Nasce a Genova da una famiglia fiorentina di mercanti colà emigrata. Studia lettere e giurisprudenza. È stato non solo letterato e filosofo, ma anche architetto, scultore e pittore. Tra le opere scritte si possono ricordare i dialoghi intitolati "Della famiglia". In essi vengono presentati esempi, indicazioni pratiche e modelli di vita tipici della borghesia del tempo e soprattutto della classe dei mercanti. Gli argomenti non sono specificatamente filosofici, ma rendono bene la nuova mentalità e i nuovi ideali dell'Umanesimo. Il mercante, protagonista dei dialoghi, è il diligente padre di famiglia che organizza complesse attività economiche; la moglie è colei che custodisce i beni da lui accumulati e i figli sono visti come i continuatori della sua attività. L'opera è scritta in volgare. In essa si coglie bene la "filosofia pratica", che esalta la vita attiva caratterizzante i nuovi ideali umanistici e la nuova visione dei compiti e del ruolo sociale dell'uomo dell'età dell'Umanesimo. Il personaggio principale dei dialoghi si chiama Giannozzo. Dichiara che l'uomo può dare vera definizione su tre sue cose: l’animo, il corpo e il tempo. Il buon uso dell'animo è la virtù, intesa non più come virtù cristiana ma come capacità di stabilire buoni rapporti umani, di mantenere l'animo sereno e di non fare mai cose malvagie. Il buon uso del corpo consiste nel preservare la salute attraverso l'esercizio fisico e la dieta. Il buon uso del tempo esprime concetti che hanno maggior valore filosofico. Il tempo non è più quello che dipende dal fato, dal destino o dalla esclusiva volontà di Dio, ma il suo buon uso consiste nel saper organizzare la propria esistenza e le proprie attività. Il peccato maggiore è sprecare il tempo, non 9 adoperarlo, perché è come gettare via la propria vita. Usando bene il proprio tempo, in maniera attiva e laboriosa, l'uomo è anche in grado di controllare la fortuna, ossia di evitare la cattiva sorte. L'attività dell'uomo va finalizzata non solo all'utilità individuale ma anche a quella degli altri uomini e della città. È da condannare chi si dà alla politica solo per ambizione di potere, ma spetta ai buoni cittadini di prestare la loro opera anche al servizio dello Stato. ==================================================== Nicolò Cusano (1401-1464). Nasce a Cusa, presso Treviri, in Germania. È tedesco di origine, ma italiano per formazione culturale. Studia all'università di Padova e diventa vescovo di Bressanone. Muore a Todi, in Umbria. La filosofia di Cusano si ispira in gran parte alla filosofia di Platone, come del resto, in prevalenza, la filosofia umanistica mentre quella rinascimentale si ispira anche ad Aristotele. Nella filosofia di Cusano sono trattati grandi temi teologici e religiosi, ma anche cosmologici (cosmologia=studio del cosmo, dell'universo, della sua origine e della sua struttura). Si interessa anche della natura e dei modi della conoscenza umana. Oltre che di filosofia, si occupa anche di matematica e di fisica. Suo scopo principale è la ricerca dell'unità: l'unità dell'uomo con Dio e l'unità fra gli uomini, superando i conflitti umani a cominciare dai conflitti religiosi. Partecipa al Concilio di Basilea (1431-1447) e sostiene che l'autorità e le decisioni del Concilio, come assemblea di tutti i vescovi, è superiore all'autorità del Papa, che è l'esecutore delle decisioni del concilio. Condanna i conflitti fra le diverse religioni, affermando che le varie religioni, pur diverse, hanno tutte una base comune, comuni elementi di fede. Le diversità sono soltanto adattamenti, voluti da Dio, rispetto alle varie popolazioni e culture umane. I contrasti sorgono quando alcuni uomini vogliono imporre agli altri i riti e le credenze particolari dei loro specifici adattamenti alla fede religiosa. Ma si tratta di una pretesa insensata. Opere principali: La dotta ignoranza; Le congetture. La dotta ignoranza. Quando si cerca di conoscere le varie cose, in genere si paragona ciò che per noi è certo e noto con ciò che è incerto e ignoto. La conoscenza è quindi proporzione (rapporto, confronto, paragone) tra il noto e l'ignoto. Dati ad esempio tre termini noti, di cui i primi due stiano fra loro in un certo rapporto, è possibile scoprire un quarto termine ignoto che stia col terzo nello stesso rapporto in cui il secondo sta col primo (è il modello delle proporzioni matematiche). Pertanto, quando si studiano le cose finite è sempre possibile fare un paragone, una proporzione fra ciò che ci è 10 più noto, che ha un maggior grado di certezza, e ciò che ci è meno noto, che ha un minor grado di certezza. Ma questa proporzione non è più possibile quando vogliamo conoscere l'infinito e Dio, essendo entità lontanissime da ciò che già ci è noto, mentre la conoscenza umana funziona solo partendo da cose note in base a cui comprenderne altre ancora non note, ma comunque vicine a quelle già conosciute. Invece Dio e l'infinito sono così lontani dalle cose finite più vicine a noi che sfuggono ad ogni proporzione, ad ogni paragone, e quindi rimangono ignoti: la conoscenza umana, che è finita, non potrà mai conoscere pienamente Dio, che è infinito. Perciò bisogna riconoscere la nostra ignoranza su Dio. Però l'uomo ha consapevolezza di questa sua ignoranza, di questa assoluta sproporzione fra la mente umana finita e Dio infinito; pertanto, essendo consapevoli di questa nostra ignoranza, essa può essere definita una "dotta" ignoranza. Se l'uomo non potrà mai conoscere pienamente Dio, tuttavia può avvicinarsi indefinitamente ad una conoscenza sempre più completa di Dio, così come un poligono inscritto in un cerchio può progressivamente avvicinarsi sempre di più alla circonferenza del cerchio pur senza mai coincidere con essa. Non ci può essere dunque conoscenza positiva (completa) di Dio. Di lui possiamo dire meglio ciò che non è anziché ciò che è: Cusano riprende la cosiddetta "teologia negativa". Di Dio possiamo soltanto dire che è al di là dei limiti e delle possibilità della conoscenza umana, che è il massimo. La teologia negativa è la necessaria premessa di ogni teologia positiva che intenda conoscere qualcosa di Dio. Dio è l'infinito, la totalità dell'essere, ossia comprende in sé ogni realtà, tutto l'universo, pur non identificandosi e non coincidendo con esso, poiché Dio è trascendente e non immanente. L'universo non può avere in sé nulla che non sia già in Dio, che è tutto. Tutto ciò che è nell'universo deriva da Dio ed è stato da lui creato. Dio come coincidenza degli opposti. Per Cusano nell'infinito, e quindi in Dio, gli opposti coincidono: nell'infinito non valgono più le leggi della conoscenza umana e il principio di non contraddizione. Vi è coincidenza dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo. L'infinito è al di sopra di ogni distinzione tra le cose, di ogni cosa determinata, ed è al di sopra di ogni opposizione tra le cose, al di sopra di tutte le cose fra di esse contrarie, ma tutte le contiene. L'infinito è totalità, cioè unità, non è composto da cose o parti determinate perché è al di sopra di esse. Quindi l'infinito è totalità indeterminata: perciò l'infinito, che è il tutto, coincide col nulla, col nulla di determinato. Questa è appunto la coincidenza degli opposti, proprio come un triangolo con un lato infinito finisce col coincidere con una linea retta, cioè col suo opposto. In Dio tutte le cose tornano all'unità, senza più distinzioni ed opposizioni: in questo senso Dio è "complicatio" (=inclusione, riunificazione) dell'universo. Ma per converso Dio si spazializza, si distende e si distribuisce nell'universo, che è creato e deriva da lui: in questo senso Dio è "explicatio" (=esplicarsi, distendersi, specificarsi e differenziarsi) dell'universo. Riappare quindi la coincidenza degli opposti: Dio è inclusione, unità, e al tempo stesso è anche esplicazione, differenziazione; i due opposti “unità” e “differenziazione” coincidono. Il rapporto fra Dio e l'universo. Il principio del "tutto in tutto". L'uomo come microcosmo. Dio come infinito e totalità contiene in sé, include (complicatio) tutte le cose che si esplicano nel mondo. Tutto l'universo è in potenza contratto (concentrato) in Dio, ma poiché gli opposti coincidono ciò significa altresì che Dio è contratto nell'universo, ossia l'universo è manifestazione di Dio nel senso che nell'universo è reso manifesto, esplicito e attuale ciò che in Dio è implicito e incluso. Dio come unità si manifesta nella pluralità degli elementi dell'universo; ogni cosa reca in sé una scintilla divina. Allora anche ogni essere, ogni ente è contrazione, è un concentrato dell'universo, essendo ogni essere contrazione (manifestazione) di Dio. Ciascun ente pertanto, si può dire, riassume l'universo intero e riassume Dio. L'universo è tutto in tutto, è in ogni cosa, secondo l'antica massima di Anassagora. Qualunque cosa è in qualunque altra perché tutte le cose sono fra loro collegate ed il finito è collegato con l'infinito (coincidenza degli opposti). Ogni cosa è dunque un microcosmo, perché contrae in sé tutte le cose. Ogni cosa è un'unità ma, per la coincidenza degli opposti, e anche pluralità contratta. Anche l'uomo è microcosmo, anzi è microcosmo privilegiato in quanto, essendo dotato di mente e di conoscenza, egli, a differenza degli altri enti, ha consapevolezza di contrarre, di concentrare in se stesso tutte le cose. In tal senso sussiste contratta nell'uomo l'unità di tutti, dell’intera umanità. L'umanità contiene, in potenza, (potenzialmente) Dio e l'universo. L'uomo è un piccolo mondo che è parte di quello grande. In tutte le parti si riflette il tutto, perché la parte è parte del tutto. Il concetto di uomo come microcosmo diviene un proclama ideale di tutto l'Umanesimo. La cosmologia (= origine e composizione del cosmo, dell'universo). Se l'universo è estrinsecazione (explicatio) di Dio, ossia creazione di Dio e manifestazione di Dio nella natura, allora esso deve possedere i medesimi attributi (proprietà) che possiede Dio. Cusano costruisce una cosmologia originale e nuova, che anticipa molti aspetti della futura rivoluzione astronomica. Innanzitutto l'universo è infinito, non come Dio ma nel senso che è illimitato, senza limiti e confini, in quanto è esplicazione di Dio, la quale non può subire limite alcuno. Allora, se è infinito, non ci può essere né un centro né una circonferenza, perché altrimenti l'universo sarebbe delimitato dalla circonferenza e quindi non infinito. Anche se per ragionamento filosofico e non per sperimentazione scientifica, Cusano anticipa dunque, ancor prima di Copernico, Keplero e Newton, il rifiuto del sistema geocentrico di Tolomeo e di Aristotele. Non essendoci un centro nell'universo infinito, la Terra pertanto non è al centro dell'universo. Essa si muove anche se noi non avvertiamo il movimento. La Terra 12 infatti è composta da materia ma, dice Cusano, nulla di materiale può rimanere fisso ed immobile perciò, ad ulteriore motivazione, la Terra non può essere il centro fisso dell'universo. Altrettanto, poiché illimitato, non c'è alcun limite dell'universo costituito dalla sfera delle stelle fisse come sosteneva Aristotele. In aggiunta, sostiene Cusano, la materia che compone la Terra (acqua, aria, fuoco, terra) non è diversa da quella che compone gli altri pianeti e le altre stelle, smentendo con ciò la teoria aristotelica dell'etere quale materia dei corpi celesti. Solo Dio, che è il principio dell'universo, è il suo centro e il suo limite. La teoria della conoscenza. Nell'opera "Le congetture" Cusano afferma che la struttura dell'universo è matematica. Dio ha cioè creato l'universo seguendo modelli matematici, in modo rigoroso e ordinato, assegnando alle varie parti dell'universo (stelle, pianeti e tutto ciò che essi contengono) dimensioni, distanze e composizioni proporzionate come in matematica. Con tale pensiero Cusano anticipa altresì quello di Galileo. Però gli enti matematici (i numeri e le figure geometriche), in base a cui Dio ha creato l'universo, possono essere creati anche dalla mente umana. Vi è quindi corrispondenza fra la struttura matematica dell'universo e la conoscenza matematica umana. Più in generale, per quanto riguarda la conoscenza, pure quella non matematica, anche l'uomo dunque è creatore, è capace di creare le proprie conoscenze, così come Dio è creatore della realtà. In questo senso l'uomo è simile a Dio, produce da sé gli strumenti (la matematica e le scienze) per spiegare e capire l'universo. Tuttavia la matematica creata dall'uomo non è identica alla struttura matematica completa dell'universo anche se vi si avvicina; ne è piuttosto un'immagine, un simbolo, perciò la conoscenza umana non è mai certa ma è una congettura (= supposizione). Da ciò il titolo dell'opera "Le congetture". ======================================================= Marsilio Ficino (1433-1499). Nasce a Figline Valdarno. Fonda e dirige l'Accademia platonica fiorentina col patrocinio di Cosimo de’ Medici (grande mecenate). Traduce in latino i dialoghi di Platone, le "Enneadi" di Plotino, ma anche il "Corpus hermeticum" di Ermete Trismegisto, gli "Inni" di Orfeo e Zoroastro, che erroneamente Ficino riteneva documenti antichissimi ed autentici, mentre sono di età romana-imperiale o medievale. Ficino intende dare fondamento teoretico (conoscitivo) al primato e alla dignità dell'uomo (l'uomo centro dell'universo), su cui tutti gli umanisti della prima metà del Quattrocento avevano insistito ma per lo più solo a livello descrittivo. Il pensiero di Ficino è una forma di neoplatonismo cristianizzato, i cui capisaldi sono: 1. il concetto di filosofia come "rivelazione", come "ispirazione religiosa"; 13 2. il concetto di anima come copula del mondo (copula nel senso grammaticale di congiunzione: l'anima congiunge le essenze spirituali, le idee, con le sostanze materiali, con i corpi); 3. un ripensamento in senso cristiano dell'amor platonico. Ficino afferma la comune origine e quindi l’unità di religione e di filosofia (anche delle filosofie precristiane) . Ogni filosofia nasce, per Ficino, da una illuminazione della mente, da una ispirazione divina, la stessa che ha ispirato la religione rivelata. Gli antichi teologi, maghi e fondatori delle religioni, come Ermete Trismegisto, Orfeo, Zoroastro, sono tutti profeti illuminati dalla luce della divina rivelazione, derivante dall'unica e originaria fonte universale del sacro e del vero che è il Logos, ossia il Verbo divino, che è uguale per tutti. A questa comune fonte ispiratrice hanno attinto anche Pitagora, Platone e gli altri filosofi. La venuta del Cristo, il farsi carne del Verbo, del Logos, segna il completamento di questa rivelazione del sacro e del vero. Perciò non c'è nessuna contraddizione ma anzi perfetto accordo tra religione e filosofia, tra cristianesimo e platonismo ed anche tra l'antica magia e la teologia, in quanto derivanti dalla medesima sorgente. In quest'ottica Ficino definisce l’ispirazione religiosa dei profeti e dei filosofi come"docta religio", per sottolineare il valore di saggezza insito nella loro missione. Per altro verso, Ficino non ha avuto esitazioni a proclamarsi anche mago, seguace della magia naturale, ma non di quella spiritistica e di quella profana, che si dedicano a venefici, a malefici o al culto dei démoni. Quella di Ficino è una magia naturale che sfrutta i benefici delle cose della natura per la buona salute dei corpi. È una magia virtuosa che Ficino ricollega a quella dei Re Magi. La magia di Ficino si basa sul concetto dell'universale animazione di tutte le cose grazie allo "spirito", sostanza materiale sottilissima, soffio, che pervade tutti i corpi. Ficino non considera la magia contraria al cristianesimo: Cristo stesso infatti, egli afferma, è stato in molti casi un guaritore. Il fascino per la magia risulta comune a molti degli uomini dell'Umanesimo e Rinascimento e costituisce un elemento caratterizzante di quell'epoca. L'unità di religione e filosofia ha per Ficino lo scopo di rinnovare l'uomo e il suo mondo, proclamando l'uomo centro dell'universo. Infatti, secondo lo schema neoplatonico, Ficino distingue la struttura metafisica della realtà in cinque gradi (o essenze) decrescenti di perfezione: Dio, angelo, anima, qualità (forma, essenza) e corpo (materia). In questa scala l'anima sta nel mezzo, è l'elemento mediano e di congiunzione tra il mondo intellegibile (dello spirito e delle idee) ed il mondo fisico. Perciò l'anima è definita da Ficino "copula mundi" (elemento di congiunzione, di collegamento) e l'uomo, portatore dell'anima, è collocato al centro dell'universo. Così come l’infinito, lo spirito, è indistruttibile, lo è anche l'anima che ad esso si collega e congiunge. La funzione mediatrice e di collegamento dell'anima si esplica attraverso l'amore, che è la forza che unisce le diverse parti della creazione, l'intero universo. È per amore che l'universo tende a Dio ed esce così dal caos, si organizza e raggiunge l'ordine e la perfezione. Ed è sempre per amore che Dio si prende cura dell'universo e gli dà la vita. La reciprocità del sentimento d'amore è la novità 14 concettuale mediante cui Ficino converte l'amore platonico nell'amore cristiano, riformulando ed ampliando il concetto di amore platonicamente inteso, limitato in quanto tale ad attrarre a sé le cose senza tendere alle cose a sua volta. Ma tutta l'intera concezione neoplatonica è utilizzata da Ficino per accentuare la funzione centrale dell'uomo: mentre il centro del neoplatonismo di Plotino è l’"Uno", Dio, da cui tutto deriva per emanazione e a cui tutto ritorna, il centro del neoplatonismo di Ficino (come di Cusano, di Pico della Mirandola e degli umanisti in genere) è l'uomo nella sua funzione di congiunzione tra mondo ultraterreno e mondo terreno. L'uomo continua ad avere la sua origine e la sua perfezione in Dio, ma trova in se stesso, nella sua dignità di essere privilegiato, il proprio valore e il proprio fondamento nell'amore che lo lega Dio e di cui Dio lo ricambia. È nel potere dell'uomo di ascendere, mediante un atto d'amore, la scala dei gradi della realtà e di accendere l'anima in una sorta di "indiamento" (immedesimazione in Dio) nel quale, in Dio, l'anima si fa eterna. ======================================================= Pico della Mirandola (1463-1494). Famoso anche per la sua eccezionale memoria, Pico della Mirandola si pone lo scopo di allargare il campo della conoscenza, anche cercando di conciliare fedi e filosofie diverse; sostiene ad esempio che fra la filosofia di Platone e quella di Aristotele, ritenute molto diverse tra di esse, vi siano invece molti punti concordi. La sua opera principale è il "Discorso sulla dignità dell'uomo". Ciò che distingue l'uomo dagli altri esseri, egli dice, è la sua natura non definita, non predeterminata. Infatti, mentre la natura degli angeli è razionale, e dunque il loro comportamento è sempre determinato dalla ragione, e mentre la natura degli animali è istintuale, e dunque il loro comportamento è sempre determinato dall'istinto, l'uomo invece è libero e dipende da lui scegliere la strada che vuol seguire (il bene e il giusto o il male e l'ingiusto). La scelta del tipo di vita comporta la responsabilità dell'individuo, ma in questa libertà di scelta, non concessa agli altri esseri, consiste la specifica dignità dell'uomo. L'uomo è artefice del suo destino. L'elevazione dell'uomo verso gli esseri superiori comincia con il dominio delle passioni e poi con la conoscenza, dapprima la conoscenza delle cose naturali (filosofia naturale) e poi la conoscenza delle cose divine (teologia). L'uomo, nel suo piccolo, è composto delle medesime parti, delle medesime sostanze di cui è composto il cosmo intero, l'intero universo: nell'uomo come nel cosmo vi sono sia sostanze materiali ed istintuali sia sostanze razionali e spirituali. Per tale ragione Pico afferma che l'uomo è un microcosmo, corrispondente nel suo piccolo al macrocosmo, cioè al cosmo intero. È il concetto di uomo come microcosmo che ritroviamo anche in molti altri umanisti e filosofi rinascimentali. Per Pico della Mirandola, come per numerosi pensatori dell'Umanesimo e del Rinascimento, nella scienza rientra anche la magia: non la magia nera, che è opera 15 del demonio, ma la magia bianca che, con i suoi riti, le sue formule e le sue pratiche, cerca di scoprire gli aspetti più misteriosi e nascosti della natura. Per l'Umanesimo e per il Rinascimento infatti la natura e l'universo non sono concepiti come un insieme meccanico di fenomeni materiali, ma come un organismo, come un essere vivente, dotato quindi anche di sensibilità e spiritualità: gli elementi della natura sono capaci di sentire, hanno sensazioni e gioiscono o patiscono come gli uomini. E la magia, allora si pensava, mira proprio a ricercare questi elementi sensibili della natura per utilizzarne l'energia e i benefici. La magia bianca, si diceva, non allontana da Dio; anzi spinge l'uomo ad ammirare ancora di più Dio, perché proprio lui ha creato una natura così misteriosa ed affascinante, piena di segreti nascosti. In questo senso Pico è anche uno studioso della "Cabala", cercando di conciliarla col cristianesimo. La Cabala è un insieme di dottrine di origine ebraica, basate su molti elementi mistici e magici, che si propone di approfondire i rapporti tra Dio e il mondo (la natura), considerando Dio misticamente e magicamente presente e nascosto nella natura, per cui la natura non è solo materiale ma soprattutto spirituale. =======================================================

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