Giordano Bruno (1548-1600).
È tra i maggiori esponenti del Rinascimento italiano. Nasce a Nola, presso Napoli.
Da giovane diventa frate domenicano. È tuttavia di carattere irrequieto e ribelle. Non
si limita a studiare i testi sacri e la filosofia scolastica, ma anche quella di Platone, di
Pitagora e la filosofia araba. In particolare trova interessanti la filosofia di Nicola
Cusano e le concezioni di Copernico. Le sue idee finiscono col non corrispondere più
a quelle del cristianesimo ed esce dall'ordine dei domenicani. Accusato di eresia, per
sfuggire all'Inquisizione e al processo si rifugia all'estero, in molte città. Giunto a
Ginevra aderisce alla religione calvinista ma ben presto si stacca anche da essa. Va a
Parigi, dove il re Enrico III gli dà l'incarico di insegnare la mnemotecnica (l'arte per
aumentare la memoria), nella quale giordano Bruno è esperto. A Parigi entra però in
contrasto con gli esponenti culturali di quella città, influenzati dalla filosofia di
Aristotele, mentre Bruno preferisce la filosofia di Platone. Si reca allora in Germania.
Rientrato in Italia viene arrestato dall'Inquisizione e viene processato, prima a
Venezia poi a Roma dove viene condannato a morte e, nel 1600, bruciato vivo come
eretico in Campo dei Fiori, un quartiere di Roma.
Scrive le sue opere soprattutto in forma di dialogo tra diversi personaggi, anche allo
scopo di difendersi dalle accuse di eresia, pensando, inutilmente, di poter dichiarare
in tal modo che le frasi eretiche erano da attribuirsi soltanto ad uno dei personaggi del
dialogo e non a lui direttamente. Tra le sue opere si distinguono:
1. i "Dialoghi metafisici": La cena delle Ceneri (sulla rivoluzione copernicana);
La causa, il principio e l'uno; L'infinito universo e i mondi;
2. i "Dialoghi morali": Lo spaccio (=l'imbroglio) della bestia trionfante; Gli eroici
furori.
Mentre Telesio aveva affermato l'autonomia del mondo naturale e l'oggettività
dell'indagine sulla natura, precorrendo lo spirito galileiano, Bruno (ed altresì
Campanella come vedremo) ritorna ancora, in parte, alla metafisica e alla magia,
segnando un regresso dal punto di vista scientifico, ma esprimendo in modo
appassionato l'entusiasmo naturalistico del Rinascimento.
L'amore dionisiaco per la vita e la religione della natura.
Tutte le opere di Bruno presentano una fondamentale nota comune: l'amore per la
vita nella sua potenza dionisiaca (ebbra, furiosa) e nella sua infinita espansione.
Questo amore passionale gli rende insopportabile il convento, tant'è che getta la
tonaca, e gli fa nutrire un odio inestinguibile per tutti quei pedanti accademici e
aristotelici che riducono la vita e la natura a fredda teoria, senza comprenderne la
forza viva, vitalistica. La vita non va compresa, ma vissuta con passione, con
ebbrezza dionisiaca.
Dall'amore passionale per la vita sorge l'interesse di Bruno per la natura, che non è
oggetto di ordinata analisi come per Telesio, ma è sentita come organismo e realtà
26
impetuosa, tutta viva e tutta animata. Da qui anche la sua predilezione per la magia,
che si fonda su questo panpsichismo (vitalismo) universale, in quanto la magia
intende appunto cogliere, attraverso le pratiche magiche, l'animismo della natura
saltando la paziente e laboriosa indagine naturalistica indicata da Telesio.
Da qui, ancora, la predilezione di Bruno per la mnemotecnica, l'arte della memoria
derivata da Raimondo Lullo, che ha la pretesa, attraverso l’ars combinatoria, non
solo di ricostruire e comprendere in un colpo solo l'ordine e le forze che operano nel
mondo, ma anche di conoscere, attraverso la magia, la struttura, la realtà profonda
delle cose per dominarle.
Tale è l'impeto passionale con cui Bruno sente e concepisce la natura che il suo
naturalismo è più una religione della natura: è sentimento di esaltazione, è eroico
furore piuttosto che rigorosa ricerca. Perciò l'opera di Bruno segna una battuta
d'arresto dello sviluppo del naturalismo scientifico, ma esprime nella forma più
appassionata e potente quel sentimento vivo per la natura che è stato uno degli
aspetti fondamentali del Rinascimento.
L'atteggiamento verso la religione positiva.
Tutto è vivo in Bruno, in un senso ben diverso rispetto a Telesio, il quale restringeva
la sua visione vitalistica al solo ambito del sensismo (tutte le cose sono dotate di
sensazione). Per Bruno tutta la natura, quella delle cose come quella dell'anima e
della mente, l'intera vita del cosmo, è infinita espansione della stessa vita di Dio: il
divino è ovunque, in una concezione prevalentemente monistica (=esiste un solo
principio di spiegazione e di origine della realtà) e panteistica del mondo.
La religione positiva, come sistema di credenze, appare per contro in Bruno
ripugnante ed assurda. Egli ne riconosce l'utilità sociale ai fini del governo di popoli
rozzi, ma le rifiuta qualsiasi valore. E’ giudicata un insieme di superstizioni
contrarie alla ragione e alla natura, poiché considera vile e scellerato ciò che invece
alla ragione appare eccellente; vuol far credere che la legge naturale è una
mascalzonata e che la natura e la divinità non hanno lo stesso fine; che la giustizia
naturale e quella divina sono contrapposte; che la filosofia e la magia sono pazze;
che ogni atto eroico è vigliaccheria e che l'ignoranza è la più bella scienza del
mondo.
Feroce in Bruno è la satira anticristiana, non solo nei confronti del cattolicesimo ma
anche del protestantesimo, che gli appare anzi peggiore, sia perché nega la libertà
dell'uomo ed il valore delle buone opere sia perché ha causato lo scisma e la
discordia fra i popoli. Bruno non poteva andar d'accordo né con i cattolici né con i
protestanti né con qualche setta, giacché il suo scopo era di fondare lui stesso una
nuova religione, quella dell'infinito della natura, di carattere neo-pagano: una
religiosità coincidente con lo stesso filosofare.
Bruno fa sua l'idea dominante nel Rinascimento, già espressa nella forma più
compiuta da Pico della Mirandola, di una comune religiosità-sapienza originaria
che, tramandata da Mosé, è stata svolta, accresciuta e chiarita da filosofi, maghi e
profeti del mondo orientale, classico e cristiano, tutti divinamente ispirati.
27
In particolare, Bruno intende ripristinare, in forma rinnovata, l'antica religiosità
magico-egiziana, che i dogmi del cristianesimo avevano distrutto in conseguenza di
quel processo di degenerazione, da Bruno denunciato, iniziato subito con San Paolo
il quale, proclamando il primato della sola fede, ha rinnegato il valore della ragione
e dell'operosità umana. Influenzato da Ficino, da Pico della Mirandola e dal
complessivo orientamento magico-rinascimentale, Bruno profetizza il ritorno alla
tradizione egiziana, la sola in grado di comporre i contrasti religiosi e rendere
possibile una riforma morale. L’egizianismo è infatti considerato da Bruno una sorta
di gnosi (conoscenza mistica, esoterica, riservata agli iniziati) di carattere magicosalvifico, capace di realizzare l'ascesa neoplatonica all'Uno (al principio divino)
attraverso l'esperienza dell’"indiamento"(=immedesimarsi in Dio), in cui l'uomo
avverte la sua natura divina.
Da qui l'accettazione dell’eliocentrismo di Copernico, non per condivisione
scientifica ma perché esso si accorda perfettamente con la religione egiziana, in cui
il Sole assume il ruolo di divinità centrale, ed inoltre perché esso contrasta la visione
angusta degli aristotelici, i quali sostenevano che l'universo è finito, mentre la
visione cosmologica di Bruno è quella di un universo come uno (Dio e natura
insieme) ed infinito.
L'infinità dell'universo.
Bruno accoglie la teoria eliocentrica di Copernico, della quale tratta nella sua
opera "La cena delle Ceneri". Però la cosmologia di Bruno, ossia la sua concezione
dell'universo, accetta solo in parte la teoria di Copernico, mentre la modifica in
molte altre parti. Per Copernico, come sappiamo, non la Terra ma il Sole è al
centro dell'universo, un universo che rimane però finito poiché delimitato dalla
sfera delle stelle fisse.
La cosmologia di Bruno peraltro è di tipo filosofico, basata cioè su ragionamenti
filosofici e non di tipo scientifico, ricavata, come in Copernico, sull'osservazione
scientifica e sul calcolo matematico.
Accettando l’eliocentrismo di Copernico, Bruno poi se ne discosta ed assume
invece una concezione più simile a quella di Nicolò Cusano: l'universo, che è
l'effetto di una causa infinita (cioè Dio) non può non essere esso stesso infinito. Se
l'universo è infinito, allora non ha senso parlare di un centro dell'universo
(essendo infinito, l'universo non è chiuso dal cerchio delle stelle fisse e, se l'universo
non è un cerchio, allora non ha neppure un centro). È sbagliato quindi dire che la
Terra è al centro dell'universo (come sosteneva il sistema geocentrico di Tolomeo e
di Aristotele), ma è anche sbagliato dire che il Sole è al centro, come sosteneva
Copernico.
Bruno apprezza e loda comunque la teoria di Copernico perché ha avuto il merito
di far cadere il vecchio sistema geocentrico, durato per secoli poiché basato sulle idee
di Tolomeo e di Aristotele che erano considerati indiscutibili ed assolutamente
autorevoli. Per Bruno, il merito di Copernico è stato proprio quello di aver
finalmente spezzato il "principio di autorità", ossia l'accettazione acritica (= non
28
critica, ma passiva) del pensiero del passato solo perché espresso da filosofi giudicati
così autorevoli da non poter essere criticati e messi in dubbio. Questo è stato per
Bruno il grande valore culturale e morale della rivoluzione copernicana (chiamata
"rivoluzione" perché "rivolta", capovolge, l'universo, mettendo al centro il Sole e non
più la Terra).
L'adesione alla teoria copernicana suscita tuttavia grande scandalo nella Chiesa,
che all'epoca giudicava l’eliocentrismo in contrasto con la Bibbia (si ricordi il
celebre episodio di Giosuè quando, rivolgendosi a Dio, gli chiede di "fermare" il
Sole, argomentando la Chiesa, da ciò, che allora è il Sole a muoversi e non la Terra
che rimane fissa al centro dell'universo). Bruno viene pertanto accusato di eresia e
dunque da condannare.
In proposito e a sua difesa Bruno sostiene che bisogna distinguere nettamente la
filosofia naturale dalla religione e dalla fede, quando per contro già nel Medioevo,
ed in particolare nella filosofia scolastica, si affermava che non c'era distinzione ma
accordo tra ragione filosofica e fede. Bruno però insiste nel dichiarare che la fede,
basata sulla rivelazione e sulla Bibbia, si occupa della morale e della salvezza
dell'anima, perciò non spetta alla fede dare insegnamenti anche sulla natura e
sull'universo, giacché tale compito spetta solo alla filosofia naturale e alla scienza.
Dio e la natura.
Dopo "La cena delle Ceneri", Bruno pubblica un'altra opera appartenente ai Dialoghi
metafisici, cioè "La causa, il principio e l’uno". L'argomento centrale di quest'opera è
il rapporto, il collegamento, tra Dio e il mondo (o la natura). Noi, argomenta Bruno,
non possiamo conoscere Dio per se stesso perché è infinito mentre noi siamo
esseri finiti e le cose finite non possono avere l'idea di cosa sia veramente l'infinito.
Noi possiamo conoscere Dio solo nel suo rapporto col mondo, con la natura.
Rispetto al mondo e alla natura di Dio è contemporaneamente causa e principio.
La causa rimane sempre distinta e separata dall'effetto che determina (così come il
lampo è distinto dal tuono che provoca). Ed allora Dio come causa del mondo e della
natura, in quanto da lui creati, rimane da essi distinto e separato: in tal senso è il
Dio trascendente della religione (trascendente=distinto, separato, al di sopra del
mondo e delle cose della natura). Ma Dio come principio del mondo e della natura
permane dentro il mondo e la natura per renderli vivi, per animarli. Di
conseguenza, tutta la natura è animata; la vita è in tutte le cose perché dentro ogni
cosa c'è Dio, c'è il suo soffio vitale che anima e dà vita. Significa che ogni cosa del
mondo e della natura è partecipe (è parte) dell'infinito che è Dio.
La concezione di tutta la natura come di un unico organismo vivente, per cui le
cose naturali non sono inerti e insensibili, ma hanno invece ognuna un grado
maggiore o minore di sensibilità, cioè sono in grado di sentire, di gioire di soffrire
(tutte le cose, non solo gli uomini ma anche gli animali, le piante e addirittura anche i
minerali) è tipica, come abbiamo visto, di molta filosofia del Rinascimento. Ma
Bruno si spinge oltre: tutta la natura è animata non per una sua forza interna,
29
naturale, ma perché dentro il mondo, dentro ogni cosa della natura, c'è Dio, c'è il
suo soffio vitale, c'è, dice Bruno, "il respiro di Dio".
Se dentro tutte le cose c'è il soffio vitale di Dio, vuol dire allora che le cose non
periscono, sono eterne, non muoiono mai veramente ma semplicemente si
trasformano. Al di sotto di tutte le varie e differenti cose del mondo e della natura
c'è il loro collegamento, la loro unità con Dio, poiché per Bruno Dio coincide con la
natura. Da ciò discende il significato del titolo dato all'opera "La causa, il principio e
l'uno": l’uno è l'unità di tutte le cose con Dio e in Dio. È questa una concezione
antiaristotelica: la sostanza delle varie cose non è sinolo (unione) di materia e forma;
non c'è alcuna materia che sia pura passività poiché anche la materia è viva e animata
e le cose sono partecipi dell'eternità che è in loro grazie al soffio vitale di Dio; non ci
sono sostanze corruttibili.
In particolare, Bruno parla di Dio in due modi:
1. come "Mens super omnia" (Mente al di sopra di ogni cosa), che è il Dio
trascendente, soprannaturale, però inconoscibile alla ragione umana ed
oggetto solo di fede;
2. come "Mensa insita omnibus" (Mente insita in tutte le cose), che è il Dio
immanente nella natura, considerata come luogo della rivelazione e
manifestazione divina, anzi essa è lo stesso "respiro di Dio": In quanto Mente
presente in tutte le cose, ossia come elemento costitutivo delle cose, Dio risulta
allora accessibile alla ragione umana (conoscibile) e costituisce l'oggetto
privilegiato della filosofia; in tal senso Bruno definisce Dio come "fabbro del
mondo", che opera come forza seminale intrinseca nella materia, giacché
infonde nella materia i semi del suo conseguente sviluppo e dà forma alla
materia stessa configurandola nelle varie cose del mondo (si può notare
l'analogia con il concetto di "spirito prodotto dal seme" di Telesio).
Senonché, dire che Dio è immanente, cioè dentro il mondo e la natura, è panteismo
(=ogni cosa è Dio perché Dio è in ognuna) ed il panteismo è in contrasto con il
cristianesimo, per il quale Dio invece è esclusivamente trascendente, separato e al
di sopra del mondo e delle cose della natura e non anche presente e mescolato in esse.
Anche per questi suoi pensieri Bruno è stato condannato per eresia, oltre che a
causa del rifiuto del sistema geocentrico..
L'uomo nel mondo: i Dialoghi morali di Bruno e la sua filosofia etica.
Nell'opera "Lo spaccio della bestia trionfante", Giove (cioè Dio) raduna gli altri dei
per cancellare i nomi di animale (la bestia trionfante) dati alle costellazioni (Toro,
Ariete, Pesci, Cancro, ecc.), ossia per eliminare l'astrologia poiché falsa. L'astrologia
non è una virtù; la virtù principale, dice Giove, è la verità. La verità si divide a
sua volta in due ulteriori virtù:
1. la Provvidenza, che è l'attività di Dio (Dio vede e provvede);
2. la Prudenza, che è l'attività dell'uomo industrioso, che è attivo e si dà da fare.
30
Nell'antica età dell'oro gli uomini se ne stavano tranquilli senza far niente, erano
oziosi. Ma l'ozio, prosegue Giove, non è cosa dignitosa per l'uomo. La virtù
dell'uomo sta nella vita attiva e laboriosa: in ciò consiste la Prudenza umana. È qui
manifestata, secondo la mentalità umanistica e rinascimentale, l'esaltazione della vita
attiva, l'ideale dell'uomo "faber", industrioso. E quando l'uomo esercita la virtù
della Prudenza, dandosi da fare ed operando con l'intelletto e con le mani (ossia
ampliando le sue conoscenze e producendo cose) egli diventa allora simile a Dio
che crea le idee e le cose: la Prudenza umana è simile a quella divina. Il
cristianesimo medievale, invece, aveva trasformato l'uomo in un essere inattivo e
rassegnato poiché non considerava importante la vita e l'attività terrene, ma solo
quelle ultraterrene. Bisogna perciò distruggere i vizi della rassegnazione e
dell’inattività (cioè la bestia trionfante), nonché il suo imbroglio (lo spaccio), per
liberare ciò che di veramente divino è nell'uomo, ossia la sua capacità di conoscere
di produrre le cose in quanto, nel suo piccolo, l'uomo sa conoscere e creare le cose
come Dio che conosce e crea il mondo.
La nuova filosofia di Bruno non poteva non esprimere anche una nuova etica,
espressa particolarmente nei Dialoghi morali. Il fine è non solo la comprensione ma
altresì la fusione dell'uomo nell'infinità della natura.
Ne "Lo spaccio della bestia trionfante" Bruno descrive la crisi dei valori cristiani e
l'urgenza della loro distruzione definitiva per poterne creare di nuovi. Sdegnando
ogni morale ascetica e mistica, Bruno si dichiara a favore di una morale attivistica,
che esalti i valori del lavoro e dell'ingegno umano, secondo il tema rinascimentale
dell'uomo-fabbro. La contemplazione di Dio non è fine a se stessa poiché deve
rappresentare per l'uomo un incentivo a fare come Dio, producendo cose, "altre
nature, altri corsi, altri ordini".
Nella sua altra opera morale "Gli eroici furori" (eroico qui deriva dalla parola greca
"eros" che significa amore e desiderio di avvicinarsi al divino superando i limiti della
condizione finita ed imperfetta dell'uomo), Bruno celebra l'ideale platonico di
purificazione dell'uomo dalle sue passioni e dai suoi istinti, per elevarsi e
raggiungere l'infinito attraverso la conoscenza e l'amore. L'eroico furore è, appunto,
impeto, brama, fortissimo desiderio di ricongiungersi all'infinito, la qual cosa diventa
possibile per l'uomo quando comprende che Dio è nella natura e quindi anche
nell'uomo, per cui l'uomo stesso è parte di Dio, cioè dell'infinito.
La verità va ricercata in noi stessi e quando lo scopriamo diventiamo animati da
eroici furori, presi dalla brama dei nostri stessi pensieri. Per Bruno il grado più alto
della riflessione filosofica non è dunque l'estasi mistica, cioè un congiungimento con
Dio attraverso l'oblio e il distacco dal mondo, ma è la visione magica dell'unità della
natura e della sua vita inesauribile. Il filosofo è il "furioso", l'assetato di infinito e
l'ebbro di Dio che, andando al di là di ogni limite, con uno sforzo eroico ed
appassionato raggiunge una sorta di sovrumana immedesimazione ("indiamento")
con il cosmo, con l'universalità della natura. L'eroico furore è la versione
naturalistica del concetto platonico di amore: l'uomo, "arso d'amore", va in cerca
dell'infinito (dell'infinità della natura con cui Dio coincide) poiché esso soltanto può
appagare le sue brame, innalzandolo al di sopra dei "bassi furori" che lo tenevano
31
incatenato alle cose finite e generando in tal modo l'unione tra uomo e natura. In
questo identificarsi con la natura, in questo farsi natura, l'uomo, pur non annullando
il suo libero volere, sperimenta anche il grado più alto di libertà che gli sia
concesso: l'accettazione della necessità delle cose e del destino del Tutto. Questo è
l'uomo nuovo. Peraltro, come sia possibile conciliare il libero volere con la tesi della
divina necessità dell'infinito svolgimento della natura è questione che, dai testi di
Bruno, non risulta concettualmente chiara.
Conclusioni.
Il pensiero di Bruno, nonostante la sua apertura alle virtù "civili" e al mondo del
lavoro, reca tuttavia un'impronta aristocratica: solo a pochi è dato di congiungersi
con la natura attraverso i vari gradi di amore, nonostante il desiderio di Bruno di
coinvolgere masse più numerosi di individui. In effetti è dipinta un'umanità spaccata
in due schiere: i pochi, cui è dato di saper filosofare e di guidarsi secondo ragione, e
il gregge dei "rozzi popoli", che devono essere diretti dai preti delle varie Chiese.
Pur all'interno di questi limiti, Bruno manifesta intuizioni geniali ed anticipatrici.
Non è possibile farlo precursore della rivoluzione del pensiero moderno, perché i
suoi interessi sono di tutt'altra natura: magico-religiosi e metafisici. La sua difesa
della rivoluzione copernicana e dell’eliocentrismo si fonda infatti su basi e su finalità
del tutto diverse. Né è possibile dare rilievo alla forma matematica di molti suoi
scritti, dato che la sua matematica è di impostazione pitagorica e quindi metafisica.
Ma Bruno anticipa in modo sorprendente certe posizioni di Spinoza e soprattutto dei
romantici, specialmente di Schelling, per l'affinità della concezione della natura e del
divino nell'infinità del cosmo universale.
Buonasera filosofi ! Riguardiamo il percorso che abbiamo condiviso nel2025 ed il materiale che abbiamo utilizzato: siamo partiti da S.Agostino. Sant'Agostino (354 - 430) 1. La patristica 1.1. Il diffondersi e il radicarsi del cristianesimo portano all’elaborazione di una filosofia cristiana. 1.2. Tale filosofia, al contrario di quella antica che ricercava la verità, prende le mosse da una verità già rivelata (la parola di Dio), e ha il compito di interpretarla e renderla comprensibile. 1.3. Coloro che si adoperarono nell’elaborazione di una dottrina filosofica del cristianesimo vennero chiamati “padri della Chiesa” e tale dottrina patristica. 1.4. Il principale esponente della patristica fu Sant'Agostino di Ippona. 2. Vita 2.1. Nato nel 354 a Tagaste, in Africa nordoccidentale (l’attuale Algeria), Agostino intraprese gli studi classici, coltivando un particolare interesse per la grammatica, fino ai 19 anni, quando la lettura dell’'Ortensio' di Cicerone lo appassionò...
Commenti
Posta un commento