Ecco il video ed i testi di ieri : Ignazio De Francesco La tensione tra il principio della predestinazione e il principio della libertà umana risale alle origini dell’Islam e rimane sino a oggi centrale per comprendere in che modo i musulmani pensano Dio e pensano se stessi in rapporto a Dio Ultimo aggiornamento: 26/04/2022 14:59:00 In quell’oceano della fatwā che è Islamweb, sito di responsi sciaraitici tra i più visitati al mondo, spunta un quesito utile a introdurre il presente contributo: All’uomo è stata prescritta la misura del suo sostentamento mentre si trovava nel grembo di sua madre, così come tutto ciò che gli accadrà, a favore e contro. Che sia disgraziato o felice è prescritto prima della sua nascita, così come tutto il resto è guidato . Allora come potete dire che l’uomo abbia libero arbitrio e non sia passivamente guidato? Se mi dici che quando ti fermi tra la moschea e la discoteca sei tu che decidi ciò che vuoi, perché non diciamo che è stato Dio a stabilire che ti saresti trovato in questa situazione e che avresti scelto una cosa o l’altra[1]? Il richiedente non scrive a caso, dal momento che la sua domanda è intessuta di espressioni provenienti da un hadīth (tradizione attribuita a Muhammad) noto a qualsiasi musulmano, dove si descrive il “grande mistero” del quarto mese di gravidanza: la discesa nell’utero dell’angelo incaricato di insufflare lo spirito nel nascituro dopo averne “sigillato” il destino nel modo sopra descritto. Il finale di quell’hadīth rafforza con un’immagine impressionante il messaggio della narrazione: Così uno di voi compie le azioni di quelli del paradiso fino alla distanza di mezzo metro dal paradiso, allorché sopraggiunge ciò che è stato scritto e agisce come quelli dell’inferno e va all’inferno. Un altro invece agisce come quelli dell’inferno sino alla distanza di mezzo metro dall’inferno, allorché sopraggiunge quanto è stato scritto a suo riguardo: allora si comporta come quelli del paradiso e vi entra[2]. La fede nella predestinazione, concetto reso in arabo mediante due termini associati indicanti il decreto eterno e la sua esecuzione nel tempo (al-qadā’ wa-l-qadar), si è imposta così come sesto articolo del credo islamico, secondo la formulazione di un altro celebre hadīth: La fede è che tu creda in Dio, nei suoi angeli, nei suoi Libri, nei suoi inviati, nell’Ultimo Giorno e nella predestinazione, sia in bene che in male[3]. La posta in gioco è evidentemente altissima, poiché da una parte bisogna difendere l’autorità incondizionata di Dio sopra la sua creazione. Rispetto a ciò, affermare che gli atti umani sfuggono al suo controllo è peccato imperdonabile di shirk: attribuzione a Dio di “associati”, co-creatori in virtù delle loro opere. Dall’altra parte c’è la centralità dell’atto etico nel sistema Islam, “religione del comportamento” (al-dīn mu‘āmala) che dà massimo rilievo alla responsabilità individuale: credere e ben operare, in vista dell’eterna ricompensa, sono i due punti attraverso i quali passa la retta dell’intero messaggio coranico[4]. Nella configurazione teologica dell’atto umano, la tensione tra i due principi risale alle origini dell’Islam e rimane sino a oggi centrale per comprendere in che modo i musulmani pensano Dio e pensano se stessi in rapporto a Dio. I protagonisti storici di questo dibattito prendono nome di qadariti e mu‘taziliti, da una parte, jabriti e ash‘ariti dall’altra, quantunque gli ultimi si propongano come punto mediano tra i due estremi. Su di un fronte si pone l’accento sulla libertà umana, conferita da Dio a ogni nuovo nato come discernimento morale e capacità di compiere ciò che ha scelto. Sul fronte opposto l’accento cade sulla libertà incondizionata di Dio, tanto nella definizione di ciò che è morale quanto nella produzione dell’atto umano, che è una sua creazione[5]. Nel 1887 Muhammad ‘Abduh (m. 1905) dava alle stampe la sua Risālat al-tawhīd, un compendio di teologia che si sarebbe affermato come testo di riferimento della corrente riformista in seno all’Islam. Il capitolo sulle azioni umane si apre con un solenne riconoscimento della libertà/responsabilità della persona: L’uomo la cui ragione e i cui sensi siano sani avverte immediatamente di esistere e non ha bisogno di prove al riguardo, né di un professore che glielo venga a insegnare. Allo stesso modo sente che è cosciente dei propri atti, ne pesa le conseguenze con la ragione, li realizza con la volontà e li compie con la forza di cui è dotato[6]. La sua posizione inclina chiaramente verso quella dei partigiani del “libero arbitrio”, tanto che un osservatore esterno acuto come Robert Caspar ha affermato che «dal tempo di Muhammad ‘Abduh, tutti i musulmani moderni sono ritornati alle nozioni dei mu‘taziliti»[7]. Caspar aveva forse in mente personalità come Ahmad Amīn (m. 1954), il quale vedeva uno stretto legame tra nahda, la rinascita araba di cui è stato grande fautore, e i mutakallimūn, i teologi razionalisti vissuti mille anni prima. Il capitolo dedicato a loro nella sua opera più celebre, “Alba dell’Islam”, si chiude in modo lapidario: Una delle più grandi sventure dei musulmani è stata la morte della corrente muʿtazilita, e con ciò hanno commesso un crimine a proprio danno![8]. È procedendo nella direzione tracciata da questa corrente che l’etica islamica oltrepassa la pratica individuale delle virtù per farsi responsabilità sociale e politica, come ben documentato in “La questione del bene e del male nei pensatori dell’Islam” dello storico della filosofia egiziano Muhammad al-Sayyid Jalayand. A livello sociale, lo sviluppo è riassunto nella formula “comandare il bene e proibire il male” (ar. al-amr bi-l-ma‘rūf wa-l-nahy ‘an al-munkar), parola d’ordine di tutti i progetti di riforma della comunità in senso “puritano”. Non meno impegnativo il tratto politico: Esso è rappresentato dalla posizione mu‘tazilita sulla questione dell’imamato, della responsabilità di stabilire l’imam giusto, in quali situazioni sia consentito ribellarsi e deporlo, in che misura uno sia responsabile per aver taciuto di fronte all’imam iniquo e non essere insorto contro di lui[9]. La catechesi islamica corrente continua però ad attestarsi sulla posizione dell’ortodossia post-mu‘tazilita. Si veda ad esempio la definizione della predestinazione nel manuale per il corso di religione nelle scuole della Giordania, nona classe: È la fede certa che Dio ha portato le cose a esistenza secondo la sua prescienza prima della loro creazione, come è per le leggi dell’universo, l’ordine della vita, le azioni degli uomini, la durata della loro vita, i loro mezzi di sostentamento, e ha scritto queste cose senza costringerli: questo si chiama qadar. Ciò che poi viene realizzato da parte loro, di quanto ha scritto a loro riguardo, si chiama qadā’[10]. La spiegazione cerca di salvaguardare il più possibile il principio di responsabilità personale, accentuando il carattere di prescienza del qadar: l’esempio fatto agli studenti è quello dell’insegnante che conosce in anticipo chi tra i suoi allievi riuscirà e chi no, ma non ne determina il successo o il fallimento. Ne deriva un senso di tranquillità, sapendo che tutto è nelle mani di Dio. È in quest’ordine di idee che può essere accettata con pace, come disposta da Dio, la disparità di condizioni personali, economiche e sociali[11]. Basta spostarsi a un manuale di dogmatica diffusissimo nelle facoltà di sharī‘a del Medio Oriente, quello del palestinese Muhammad Yāsīn, per vedere espressa una dottrina della predestinazione dove la prescienza non è che il primo livello, da completarsi con altri tre: la registrazione dalla pre-eternità delle opere umane; la volontà divina, assolutamente efficace e inclusiva dell’intera realtà; l’appartenenza degli atti umani alle creature di Dio[12]. Una simile consegna al destino, non solo scritto ma anche eseguito da Dio, può evidentemente far scivolare i credenti in un’apatica rinuncia ad agire. In una monografia sul tema, il siriano Ramadān al-Būtī (m. 2013), tra i maggiori teologi sunniti contemporanei, sottolinea i rischi di manipolazione cui si presta questo atteggiamento: i «professionisti dell’invasione ideologica» fanno del dogma della predestinazione la causa della «rassegnazione e dell’arretratezza» dei musulmani, «la debolezza delle loro società, che spinge il nemico a impadronirsi dei loro paesi e saccheggiare i loro beni»[13]. Una polemica provvista anche di una forte dimensione intra-islamica, più specificatamente anti-sufica, come spiega Yūsuf al-Qaradāwī, l’imam satellitare dell’Islam politico, anche lui autore di un testo dedicato all’argomento. Il modo dei sufi di credere che tutto sia voluto da Dio, anche il peccato, apre la porta al sovvertimento dell’etica, che si fonda invece sull’esecuzione puntuale di ciò che Dio prescrive: Ci sono sufi che dicono che il miscredente e il dissoluto obbediscono a Dio con la loro miscredenza e dissolutezza, poiché anche se ciò è in disaccordo con quanto Dio comanda, si accorda alla sua volontà… l’esecuzione della volontà è come esecuzione del comando, entrambi sono obbedienza[14]. Uguale e contrario al predestinazionismo sufico “estremo” è l’orientamento registrato nell’Islam jihadista: è proprio la fede nel decreto eterno di Dio ciò che spinge i “combattenti di Dio” a lanciarsi nelle imprese più temerarie, poiché possono toccare con mano se sia giunto il loro “momento”. Tamīm al-Adnānī, eroe della resistenza anti-sovietica in Afghanistan, ha formulato in questo senso un principio diventato famoso: «esporsi a rischi estremi non avvicina il momento fissato, così come una vita sicura non allontana la morte»[15]. Si può così constatare quanto il problema della collocazione dell’atto tra Dio creatore e l’autore umano sia un nodo teologico allo stesso tempo insolubile e cruciale nell’Islam, gravido di ricadute a livello individuale e collettivo. Come abbiamo visto, il dogma della predestinazione può produrre effetti opposti: dal quietismo sufico all’attivismo rivoluzionario dei jihadisti. È forse per questo che la catechesi tradizionale invita i credenti a occuparsene il meno possibile. Credere senza indagare, secondo l’invito rivolto da Muhammad Yāsīn ai suoi studenti al termine della lezione su al-qadā’ wa-l-qadar: Non dobbiamo che sottometterci e credere nelle cose celate che Dio conosce. A tali cose appartiene il legame tra la creazione divina delle azioni, la volontà dell’uomo e la sua esecuzione di tali azioni[16].
L’incubo della donna-ancella minaccia di diventare realtà Giorgia Serughetti Nel romanzo del 1985, Il racconto dell’ancella, Margaret Atwood immaginò un futuro in cui l’attacco ai diritti conquistati dal femminismo avrebbe ridotto le donne a ruoli di servitù domestica e riproduttiva, punendo con la morte l’aborto e l’autonomia sessuale. Come i migliori prodotti del genere fantapolitico, la distopia fu capace di cogliere ciò che si agitava già allora nella società americana: il conflitto intorno al potere di controllo del corpo femminile e il pericolo del backlash conservatore dell’era reaganiana. Eppure nemmeno Atwood poteva allora immaginare che al principio degli anni Venti del nuovo secolo le donne sarebbero scese nelle strade abbigliate come sue «ancelle», negli Stati Uniti e in tanti paesi del mondo, per resistere ad attacchi politici sempre più feroci contro la loro libertà. Dalla Polonia al Texas, dal Brasile all’Italia, negli ultimi anni abbiamo visto la moltiplicazione degli sforzi delle destre per restringere, fino a cancellare, le possibilità legali di accesso delle donne all’interruzione di gravidanza e all’aborto terapeutico. Negli Stati Uniti, il possibile rovesciamento da parte della Corte suprema della sentenza Roe v. Wade, che da cinquant’anni garantisce la tutela costituzionale federale di questo diritto, sarebbe il coronamento dell’offensiva dei movimenti pro-life e dei governi degli stati a maggioranza repubblicana, ma anche il lungo lascito del presidente Donald Trump, che prima delle elezioni del 2020 nominò in tutta fretta la giudice antiabortista Amy Coney Barrett. Il controllo dei corpi delle donne è un’ossessione che accomuna i partiti della destra radicale e i movimenti cristiano-conservatori sulle due sponde dell’Atlantico, decisi a giocare su questo terreno una partita identitaria al tempo stesso antica e nuova. UN NUOVO TERRITORIO DI LOTTA Di antico c’è il rifiuto di venire a patti con il cambiamento dell’ordine di genere e sessuale, nutrito di nostalgia per la tradizione, quindi ostile all’autodeterminazione riproduttiva in quanto aspetto cruciale della liberazione delle donne dal potere patriarcale. L’idea che le donne siano soggetti capaci di compiere scelte autonome in campo sessuale, riproduttivo o in ogni altro ambito dell’esperienza umana, è del resto un’acquisizione molto recente nella storia del pensiero occidentale. Per millenni, nelle parole di filosofi e teologi, scienziati e uomini politici, il femminile è stato rappresentato come il polo negativo del maschile: il polo della natura, dell’oscurità del corpo, del sentimento. L’esclusione delle donne dalla sfera del discorso e dell’azione pubblica, e la loro subordinazione al capofamiglia nella sfera domestica, è sembrata a lungo una necessità indiscussa: esseri così manchevoli di ragione erano considerati inadatti alla deliberazione politica, ma anche al pieno esercizio della responsabilità morale. Così, mentre con l’aborto le donne hanno sempre convissuto, nel privato e nel segreto, solo negli ultimi cinquant’anni l’interruzione della gravidanza non desiderata è stata riconosciuta in tanti ordinamenti come legale. In seguito, tuttavia, ha continuato a essere oggetto di un conflitto – che non riguarda la contrapposizione tra la vita e libertà della donna incinta e la vita embrio-fetale (le due vite non possono del resto essere facilmente disgiunte) ma oppone il potere maschile alla libertà femminile. Oggi la partita che si gioca sui corpi delle donne presenta anche aspetti nuovi, non meno preoccupanti. Il discorso antiabortista mescola infatti elementi di “sessismo ostile”, per cui le donne che abortiscono sono dipinte come egoiste e infanticide, a elementi di “sessismo benevolo”, che descrivono l’interruzione di gravidanza come un’esperienza di dolore, vittimizzazione e trauma per le donne (madri per natura). È con argomenti simili che in Italia, nelle regioni governate dalla Lega e da Fratelli d’Italia, viene ostacolato l’accesso alla pillola abortiva Ru486, di cui si paventano i rischi per la salute, e insieme favorito l’intervento dell’associazionismo pro vita nei consultori e negli ospedali pubblici. Ciò significa che i movimenti e i partiti conservatori e antifemministi vedono un nuovo territorio di lotta e di conquista nei desideri e nelle paure delle donne. Ora le donne «sono protette, possono adempiere in pace ai loro destini biologici, con pieno sostegno e incoraggiamento», diceva il comandante all’ancella del romanzo di Atwood. Se questa promessa di sicurezza, che cancella la libertà, è ciò che attende gli Stati Uniti dopo la decisione della Corte suprema, la scrittrice aveva visto lontano.
Responsabilità 7 Aprile 2022 di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma. Lo sbarco della guerra nel cuore dell’Europa sembra avere messo in difficoltà, almeno momentaneamente, i settori delle Chiese più legati a un modello di pacifismo che vorrebbe prescindere dall’uso delle armi. Innumerevoli – e non sempre opportuni – i rimandi all’“etica della responsabilità” di Dietrich Bonhoeffer, la quale fa esplicitamente i conti con la necessità dell’uso della forza. Alcuni mesi fa mi sono permesso di porre, su queste colonne, il problema delle ricadute che l’eventuale costituzione di una forza militare europea avrebbe avuto sull’etica della pace elaborata dalle chiese del nostro continente. La proposta veniva, allora, dal Commissario Filippo Gentiloni, in seguito al disastro umanitario determinato dalla scelta unilaterale americana di lasciare l’Afghanistan. Nemmeno negli incubi più lugubri si poteva, allora, immaginare che il tema, che in autunno appariva piuttosto astratto e teorico, avrebbe acquistato l’attualità che esso riveste in queste settimane. In pochi giorni, i Paesi dell’Unione europea hanno deciso: a) di inviare armi all’Ucraina; b) di incrementare significativamente le proprie spese belliche; c) di costituire, appunto, unità militari sotto il controllo europeo. Non è il caso di ripetere quanto tutti hanno rilevato circa il carattere dirompente di tali scelte. È probabile che quando se ne vedrà l’impatto sulle economie, in particolare su quelle meno robuste, come la nostra, la quasi unanimità generata dall’arroganza putiniana conoscerà notevoli incrinatura, ma ben difficilmente l’Unione potrà tornare indietro. Quale può essere, nella situazione data, il contributo di riflessione etica delle Chiese cristiane? Intanto, è probabile che ciascuna di esse agirà autonomamente. Nessuno può sapere come le Chiese ortodosse gestiranno la crisi anche ecumenica attizzata da Kirill, il “cappellano d’alto bordo” di Putin. Roma, forte della propria sperimentata diplomazia, si è candidata immediatamente a un ruolo di mediazione politica, che però, almeno nel momento nel quale scrivo non sembra essersi concretizzato. Il Consiglio ecumenico delle Chiese è da molti anni in una situazione di debolezza che lascia poche possibilità. Le Chiese protestanti vivono una situazione ormai classica: nell’Europa continentale, esse hanno rilevanza politica modesta e comunque limitata alla Germania; sul piano della riflessione, si mostrano assai più vivaci e interessanti, ma le loro discussioni faticano a uscire dalla ristretta cerchia delle persone addette ai lavori. Lo sbarco della guerra nel cuore dell’Europa sembra avere messo in difficoltà, almeno momentaneamente, i settori delle Chiese più legati a un modello di pacifismo che vorrebbe prescindere dall’uso delle armi. Innumerevoli articoli e prese di posizione si sono richiamati all’“etica della responsabilità” proposta da Dietrich Bonhoeffer negli anni Quaranta, la quale fa esplicitamente i conti con la necessità dell’uso della forza: il teologo tedesco è stato citato persino in un intervento nel Parlamento italiano, ad opera del segretario del Pd, Enrico Letta. Si tratta, in effetti, di una risorsa di pensiero che, se si evita di ridurla a banali formulette, potrebbe aiutare ad andare al di là della pura e semplice contrapposizione di slogan. Il punto decisivo è il seguente: la “responsabilità” non si riduce al compromesso, cioè non implica una rinuncia alla “radicalità”, nel nostro caso all’obiettivo della pace. Al contrario: intende perseguirlo non soltanto mediante la sua proclamazione, bensì mettendo in campo strumenti adatti al conseguimento dell’obiettivo. Quali essi siano, va deciso, con tutti i rischi del caso, mediante l’analisi della realtà. L’ambizione, davvero non piccola, dell’etica della responsabilità consiste nel coniugare radicalità e realismo. Il suo fondamento teologico risiede nel fatto che Cristo è vissuto ed è morto nella realtà del mondo e non nell’empireo dei princìpi. L’etica della responsabilità ha una connotazione specificamente protestante, non priva però di interesse ecumenico, che riassumerei così: nel mondo intriso di violenza, nessuno ne esce pulito. L’etica non libera dal peccato, questo lo può fare solo il perdono di Dio. Il compito etico consiste nell’aiutare a vivere umanamente nel mondo attraversato dal peccato, il che comporta scelte inevitabilmente ambigue. Non esistono guerre giuste né, tanto meno, guerre sante. La responsabilità morale vive nello spazio della fallibilità umana, che cerca, come può, di circoscrivere le peggiori tra le conseguenze storiche del peccato. È sempre troppo poco, ma merita l’impegno più profondo. Fulvio Ferrario Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di teologia di Roma.

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