Buongiorno filosofi,
cerco di inviarvi il file del nostro ultimo incontro sul CRISTIANESIMO. Proverò anche ad inviarvi via mail l'intera dispensa della prof.ssa Mazzuccato (Università di Torino) nella speranza che riusciate ad aprire il file. Se incontrate difficoltà fatemelo sapere. In basso trovate i video che abbiamo utilizzato------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
I fase: anni 30-70 Si deve immaginare che inizialmente, dopo la morte di Gesù, e ancora a lungo, fino alla fine del I sec., e oltre, grande rilievo abbia avuto la trasmissione orale di parole di Gesù e di testimonianze su Gesù, e l’elaborazione, da parte delle comunità cristiane, di racconti e formule kerygmatiche (ossia di annuncio del vangelo), per scopi missionari, liturgici, catechetici, apologetici e polemici. Tracce significative di questo stadio della tradizione si rilevano nell’epistolario paolino (cfr. 1 Cor 15, 1 ss.; Gal 3,28; Fil 2,6 ss., ecc). I primi scritti che circolarono furono lettere di Paolo, databili, almeno quelle più sicuramente autentiche, nel decennio 50-60, al tempo del secondo e del terzo viaggio missionario. Si tratta di messaggi inviati per lo più a comunità da lui fondate per rafforzarle nella fede, rispondere a quesiti contingenti d’ordine religioso, morale, disciplinare. Contemporaneamente si può pensare che si siano formate anche raccolte di detti e parabole di Gesù, del tipo di quella che viene chiamata “fonte Q” e che fu in seguito utilizzata dagli evangelisti Matteo e Luca; ma anche raccolte di racconti di miracoli e primi tentativi di fornire esposizioni più organiche della vita e della missione di Gesù. Si può pensare che si siano avute le prime elaborazioni scritte.
II fase: anni 70-100 Le acquisizioni della ricerca scientifica moderna hanno portato a ritenere che il primo Vangelo tra quelli facenti parte del NT sia stato quello di Marco, probabilmente di poco anteriore al 70. Ma Luca nel prologo del suo Vangelo, che fu certo posteriore a Marco e posteriore al 70, menziona una pluralità di racconti di questo tipo a lui anteriori e di cui tenne conto (si veda il testo del Prologo allegato in appendice). Accanto al Vangelo di Luca si deve collocare, ma come Vangelo indipendente, quello di Matteo, che non conobbe probabilmente Luca, ma utilizzò le medesime fonti. Gli Atti degli apostoli, scritti dal medesimo autore del Vangelo di Luca, vennero composti poco dopo il Vangelo. Sicuramente posteriore agli altri tre fu il Vangelo di Giovanni, che nacque nell’ambiente dell’Asia Minore verso la fine del secolo, come del resto almeno la I Lettera di Giovanni e l’Apocalisse (corpus giovanneo).
In questi anni si sviluppa nelle comunità paoline una produzione di lettere da parte di discepoli dell’apostolo che intendono conservare e tramandare il suo insegnamento. Abbiamo quindi la composizione delle lettere che più difficilmente sono della mano stessa di Paolo (Colossesi, Efesini), e soprattutto delle Pastorali (1 e 2 Timoteo, Tito), che riflettono una notevole evoluzione organizzativa delle comunità. Intanto cominciano a circolare le prime raccolte di lettere di Paolo come scritti autorevoli a cui fare riferimento. A questo periodo si decono ascrivere anche alcune delle “lettere cattoliche”. E del 96 è il primo scritto databile tra quelli dei cosiddetti “Padri apostolici”: la Lettera ai Corinzi di Clemente Romano; forse anteriore è la Didachè, anch’essa appartenente a questo gruppo di opere.
III fase: anni 100-150 Nei primi decenni del II secolo abbiamo la redazione degli ultimi scritti del NT, ma nel contempo si compongono anche altre opere dei Padri apostolici (Ignazio di Antiochia, Policarpo di Smirne, Papia di Gerapoli, Barnaba, Erma, ecc.); compaiono trattati dei primi apologisti cristiani e in ambienti dissidenti ed ereticali nascono quelli che in seguito furono definiti “apocrifi” (letteralmente “nascosti, segreti”, perché contenenti rivelazioni riservate a pochi eletti; in seguito il termine significò “non canonico”) 30: si tratta di vangeli, atti, lettere, apocalissi, attribuite a figure di apostoli e discepoli di Gesù. Oggi si tende a ritenere che alcuni di questi documenti dipendano da tradizioni più antiche, le stesse che vennero utilizzate dagli scritti canonici. Per un quadro schematico della formazione del NT si vedano le tavole allegate in appendice.
Papia di Gerapoli vescovo di inizio II secolo d. C.
A proposito di Marco, autore del Vangelo, e che suona così: 15. "Anche questo diceva il presbitero (= l'Anziano): 'Marco, divenuto interprete (eJrmhneuthv", traslitt. hermeneutés) di Pietro, scrisse accuratamente (ajkribw~", traslitt. akribôs), ma non certo in ordine (tavxei, traslitt. tàxei) quanto si ricordava di ciò che il Signore aveva detto o fatto'. Infatti non aveva ascoltato direttamente il Signore né era stato suo discepolo, ma in seguito, come ho detto, era stato discepolo di Pietro. Questi svolgeva i suoi insegnamenti in rapporto con le esigenze del momento, senza dare una sistemazione ordinata ai detti del Signore. Sicché Marco non sbagliò affatto trascrivendone alcuni così come ricordava. Di una cosa sola infatti si preoccupava: di non tralasciare nulla di quanto aveva udito e di non dire nulla di falso in questo". Questo è quanto viene esposto da Papia a proposito di Marco. 16. A proposito di Matteo dice questo: "Matteo raccolse i detti in lingua ebraica, e ciascuno li interpretò (eJrmhvneusen, traslitt. herméneusen) come poteva". (Papia) si è servito personalmente di testimonianze ricavate dalla Prima Lettera di Giovanni e parimenti dalla Prima Lettera di Pietro. Ha riportato anche un altro racconto, contenuto nel Vangelo secondo gli Ebrei, a proposito della donna accusata di molti peccati davanti al Signore. E questo è quanto dovevo aggiungere al già detto.
L'importanza delle notizie di Papia deriva dal fatto che, non solo si tratta di un autore antico, ma riporta a sua volta notizie di un "presbitero" Giovanni a lui anteriore: forse, come si ricaverebbe da Ireneo, l'apostolo stesso o, come pensa Eusebio (non del tutto degno di fede su questo punto), un personaggio della generazione immediatamente successiva. In ogni caso saremmo in un'epoca pressoché contemporanea a quella della composizione del IV Vangelo.
il rapporto tra Marco e Pietro, eJrmhneuthv" (traslitt. hermeneutés): è stato inteso sia nel senso di "traduttore", "portavoce" (Pietro avrebbe parlato in ebraico e Marco avrebbe tradotto in greco), sia nel senso di "interprete" vero e proprio, cioè di chi spiega e commenta,
Papia aggiunge, notando che Marco non fu discepolo diretto di Gesù, ma fu discepolo di Pietro, l'apostolo di Gesù.
A proposito delle critiche rivolte a questo Vangelo, si può pensare che il confronto fosse stabilito con il Vangelo di Matteo o con quello di Giovanni, i due vangeli di origine strettamente apostolica che a quel momento e in Oriente (dove vivono il presbitero Giovanni e Papia) avevano più prestigio. Dalle parole di Papia si potrebbe ricavare che la critica riguardasse già l'incompletezza dell' esposizione, dato che si osserva che Marco trascrisse "alcuni" dei detti del Signore. Inoltre si accenna ad un'esposizione (che Papia fa risalire a Pietro stesso) forse cronologicamente e logicamente non rigorosa, ma "occasionale", e addirittura ad "errori". Queste critiche possono adattarsi al confronto con Matteo, che si caratterizza, rispetto a Marco, per una ricchezza molto maggiore di "detti" del Signore (tipici sono i suoi cinque grandi discorsi), e inoltre presenta un racconto più completo, dato che inizia dalla nascita di Gesù. Ma si adattano anche al confronto con Giovanni (e pensiamo che queste critiche sembrano circolare in ambiente giovanneo), che si differenzia molto da tutti e tre i sinottici già per la ricostruzione cronologica della vita di Gesù (tre, ad esempio, sono in questo vangelo i viaggi a Gerusalemme, e non uno solo; anche la ricostruzione della settimana della Passione varia) e poi per l'impostazione, che è incentrata prevalentemente proprio sull'insegnamento di Gesù, rispetto al quale i fatti sono secondari. Giovanni inizia addirittura il suo Vangelo parlando della preistoria divina del Logos.
Sembra che il primo canone sia stato opera dell'eretico Marcione, verso il 150: egli, che rifiutava tutto l'AT, in quanto espressione di un Dio diverso e inferiore rispetto a quello della nuova economia, accettava come "Scrittura" solo gli scritti cristiani che meno erano influenzati dall'AT, quindi Paolo (10 lettere, escluse le pastorali e Eb) e il Vangelo di Luca, discepolo di Paolo
La prima lista ufficiale, databile nella seconda metà del II sec. (tra 165 e 185),36 è il Canone o Frammento Muratoriano, che conosciamo in latino (forse una traduzione dal greco) e che forse proveniva da Roma. Il nome di Frammento Muratoriano dipende dal fatto che il testo ci è pervenuto frammentario (è mutilo all'inizio) e che fu scoperto nel 1740, nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, da Ludovico Antonio Muratori.
Un passo molto importante, per quanto riguarda i Vangeli, è quello tratto da Ireneo, Adv. Haer. III,11, soprattutto i paragrafi 7-9, di cui riportiamo la traduzione in allegato. Nel paragrafo 7 sono interessanti le notizie che mostrano come i vari gruppi dissidenti ed ereticali si appropriassero di un Vangelo o dell'altro, sentito come più affine alle proprie concezioni e adatto quindi ad avvalorarle: gli Ebioniti39 ricorrevano a Matteo; Marcione a Luca (amputato di alcune parti); altri, non nominati esattamente, ma per il modo di pensare imparentati con i doceti,40 a Marco; i Valentianiani a Giovanni.
Mette Gv in rapporto col leone, per l'immagine di regalità, divinità e potenza che emerge dal prologo a proposito del Logos; Lc in rapporto col toro o vitello, perché incomincia con il sacrificio di Zaccaria nel tempio, ma anche perché nella parabola del Figliol prodigo si parla di un vitello sacrificato (sarebbe un'immagine di Cristo); Mt in rapporto con l'uomo, perché parte dalla genealogia umana di Gesù; Mc in rapporto con l'aquila perché pone all'inizio un'ampia citazione profetica.
La trattazione di Ireneo è importante almeno dal punto di vista della valorizzazione della pluralità e delle differenze dei Vangeli che appare in contrasto con la tendenza, che si afferma al suo tempo, di armonizzare tra loro i Vangeli, combinandoli insieme in un unico racconto: proprio tra il 170 e il 180 abbiamo il prototipo di un genere letterario che avrà una certa fortuna: l'opera Diatessaron.
I criteri di fissazione della canonicità Nel mondo antico Riassumendo le acquisizioni che si possono trarre dai documenti di questo periodo (II-IV sec.), in particolare da quelli analizzati, possiamo dire che i criteri che prevalsero per l'inserzione nel canone furono principalmente tre: 1. l'apostolicità, cioè l'attribuzione degli scritti, direttamente o indirettamente, ad apostoli; 2. il consenso delle chiese: cioè il fatto che fossero stati accolti e letti durante la liturgia in tutte o quasi tutte le comunità ecclesiali; 3. la conformità all'insegnamento ecclesiale trasmesso oralmente dagli apostoli, per quanto riguarda il contenuto (in particolare si prendono le distanze da scritti inficiati da docetismo, dualismo, ecc.). Perciò scritti pur attribuiti ad apostoli sono stati rifiutati. Per quanto riguarda il criterio dell'apostolicità, possiamo notare come la tradizione ecclesiale dei primi secoli abbia operato, soprattutto a proposito degli scritti che erano stati trasmessi senza indicazione del nome dell'autore (la maggior parte), nel senso di collegarli strettamente a figure di apostoli.
Per la chiesa cattolica il canone biblico si può dire definitivamente stabilito solo con il Concilio di Trento (1545-1563). Furono riconosciute canoniche anche parti; come la finale lunga del Vangelo di Marco (Mc 16,9-20) e l'episodio dell'adultera (Gv 7,53-8,11), che invece i protestanti o omettono o inseriscono tra parentesi. In generale però il NT si presenta oggi sostanzialmente identico nelle Bibbie protestanti e in quelle cattoliche.
MATTEO
Il Vangelo di Matteo: è dell'apostolo Matteo? Gli antichi identificavano senz'altro l'evangelista Matteo con l'apostolo Matteo, che fa parte dei dodici in tutte le liste ufficiali.
Origene nel I libro del suo Commento a Matteo: "Ho appreso che innanzitutto è stato scritto il Vangelo secondo Matteo, colui che un tempo fu pubblicano e poi divenne apostolo di Gesù Cristo" . Tutta la tradizione successiva la ripete, intendendo che Matteo avrebbe pubblicato un Vangelo scritto in lingua ebraica.
. Ireneo dice che il Vangelo sarebbe stato scritto al tempo in cui Pietro e Paolo a Roma annunciavano il vangelo e fondavano la Chiesa" (Adv. Haer. III,1,1), ed è convinzione comune degli antichi che sia il primo Vangelo ad essere stato composto.
Ma i moderni dubitano dell'identificazione dell'autore con il Matteo apostolo. Mettono in rilievo innanzitutto il fatto che Mc al pubblicano chiamato da Gesù dà il nome di Levi e non di Matteo (Mc 2,14). Si chiedono se il personaggio avesse due nomi, come càpita a molti altri (Saulo-Paolo, Simone-Pietro, Giovanni Marco, ecc.);
Un argomento addotto oggi contro l'idea che l'autore fosse un apostolo è che il Vangelo si dimostra chiaramente dipendente dal Vangelo di Marco, che non era un apostolo: che bisogno avrebbe avuto un apostolo, un testimone oculare, di ricorrere alla documentazione di uno che testimone oculare non era stato?
oggi si tende per lo più a rifiutare l'idea che sia esistito un primitivo Vangelo di Matteo in ebraico o aramaico, poi tradotto in greco, perché il Vangelo che possediamo appare scritto direttamente in greco, in un buon greco; in esso risultano anzi eliminati molti aramaismi presenti in Marco; per di più l'autore, quando cita l'AT, ricorre più volentieri alla traduzione greca dei LXX e non all'ebraico.
MARCO
2. Il Vangelo di Marco: Marco era discepolo di Pietro?
Papia intende presentare Marco come un discepolo di Pietro e un testimone diretto della sua predicazione, che avrebbe poi trascritto fedelmente nel suo Vangelo. Si può ipotizzare che per stabilire questo collegamento Papia pensasse alla I Lettera di Pietro.
"Vi salutano la chiesa, che è stata eletta come voi e dimora a Babilonia, e Marco, mio figlio" (1 Pt 5,13). Si può ricavarne che Marco fosse figlio spirituale di Pietro, essendo forse stato convertito da lui e diventato suo discepolo. Egli si sarebbe trovato accanto a Pietro a Roma, definita Babilonia in senso polemico, apocalittico. In ogni caso il collegamento con il Marco della lettera di Pietro sarà fatto esplicitamente in seguito, a partire da Clemente Alessandrino e da Origene, Il tempo in cui Marco avrebbe scritto il suo Vangelo non risulta indicato chiaramente da Papia, anche se l'indicazione che aveva scritto "quanto ricordò" sembra suggerire un periodo posteriore alla morte di Pietro.
LUCA
Il Vangelo di Luca e gli Atti degli apostoli: Luca era un compagno di Paolo? E' ben chiaro alla tradizione antica, come alla critica moderna, che il Vangelo di Luca e gli Atti sono dello stesso autore. Sul Vangelo di Lc le prime testimonianze antiche risalgono alla fine del II secolo e sono quelle di Ireneo (Adv. Haer. III,1,1) e del Canone Muratoriano: entrambe queste fonti accreditano l'opinione che Luca fosse il compagno di viaggio di Paolo e suo collaboratore. Ireneo si limita a dire: "Luca, compagno di Paolo, fissò nel suo libro il vangelo da lui annunziato". Il passo del Canone Muratoriano, che appare molto corrotto nel testo latino,63 ribadisce comunque le stesse informazioni, precisando che è il "medico", e aggiungendo alcuni altri particolari: che scrisse dopo l'ascensione del Signore, non conobbe direttamente il Signore, e scrisse a partire dalla nascita di Giovanni Battista, in base a quanto poté appurare.
Origene, nel I libro del Commento a Matteo (in Eus., Hist. Eccl. VI,25,6) precisa che il Vangelo "fu lodato da Paolo", cioè approvato e garantito da lui e aggiunge che "fu composto per quanti provenivano dal paganesimo". Probabilmente, dicendo che questo vangelo fu lodato da Paolo, egli allude a 2 Cor 8,18, in cui Paolo si esprime così: "Con lui (= con Tito) abbiamo inviato pure il fratello che riceve lode in tutte le chiese per il suo vangelo".
Per quanto riguarda la notizia che il Luca autore dei nostri scritti fosse medico, in passato furono fatte ricerche per trovare riscontri e si ritenne che Vangelo e Atti testimonino effettivamente una conoscenza specifica della materia e della terminologia medica (ad es., a proposito della descrizione di malattie); ma oggi si tende a riconoscere che in realtà non ci sia nei testi nulla di più di quanto una normale persona colta di quel tempo poteva sapere.
Anche il fatto che l'autore del Vangelo e degli Atti fosse il compagno di Paolo nei suoi viaggi non è più dato per scontato.
GIOVANNI
Il Vangelo di Giovanni è dell'apostolo Giovanni? L'attribuzione del IV Vangelo all'apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo fu accettata quasi unanimemente dalla tradizione antica, a partire da Ireneo, fonte autorevole perché a contatto con l'ambiente giovanneo.68 Ma anteriormente non dovettero mancare dubbi: lo stesso Ireneo (Adv. Haer. III,11,9) accenna a un gruppo ereticale, non meglio identificato, che rifiutava questo Vangelo, in polemica con movimenti che esaltavano il dono dello Spirito di cui Gv parla (probabilmente i montanisti).
In tempi moderni, a partire dall'800, l'attribuzione del Vangelo all'apostolo Giovanni è stata fortemente contestata, con una critica sistematica di tutte le testimonianze e del Vangelo stesso, dove troviamo nel cap. 21, v. 24, un accenno, in terza persona, all'autore come al "discepolo" amato da Gesù: ma questo capitolo sembra essere stato redatto da una mano diversa rispetto al resto del Vangelo e la figura del discepolo amato da Gesù, che compare più volte nel Vangelo, a partire dall'episodio dell'ultima cena (13,23-26), non si può identificare con sicurezza con l'apostolo Giovanni. Anche l'esame dei contenuti teologici, della lingua e della struttura del Vangelo ha indotto a ritenere che non possa essere opera dell'apostolo Giovanni, ma di un altro. Di recente è stata sostenuta la tesi che il redattore finale sia "il presbitero Giovanni", distinto dall'apostolo, ma appartenente alla sua cerchia, di cui parla la tradizione antica, in primo luogo Papia, vescovo di Gerapoli, secondo la lettura che ne dà Eusebio 70
DATAZIONI
I moderni tentano datazioni più precise. Per quanto riguarda i sinottici la cronologia oscilla tra prima e dopo il 70, l'anno della distruzione di Gerusalemme e del tempio ad opera dei Romani, in base alla presenza o all'assenza nei Vangeli di allusioni a questo avvenimento cruciale. Spesso si analizza da questo punto di vista il discorso escatologico, o "apocalisse sinottica" (si trova in Mt 24, Mc 13 e Lc 21), che prende spunto proprio dall'annuncio della distruzione del tempio ("non rimarrà pietra su pietra"). E se ne deduce che Mc sia anteriore al 70, perché la profezia nel suo Vangelo risulterebbe più generica, mentre Mt e Lc sarebbero posteriori, sia perché contengono riferimenti abbastanza precisi agli eventi storici legati all'assedio e alla distruzione della città (cfr. Mt 22,7; 24,15; Lc 19,43-44; 21,20.24), sia perché mostrano di dipendere da Mc. In sostanza, per Mt e Lc si pensa a una data tra il 70 e l'80, per gli Atti tra l'80 e il 90.
Per il Vangelo di Giovanni, si è d'accordo sul fatto che sia il più tardo (tra il 90 e il 100). Due frammenti papiracei, databili tra il 115 e il 125, che riportano versetti di Giovanni, confermano tale ipotesi di datazione e impediscono di andare oltre il 100.
Ma in tempi recenti da più parti si è tentato di rivedere, ed anticipare, la datazione dei Vangeli, sulla base di alcuni argomenti: la scoperta di papiri presunti di Mt e Mc che sarebbero anteriori al 68; l'ipotesi che Mt e Mc siano traduzioni di Vangeli precedenti scritti in ebraico.
Per quanto riguarda la scoperta di papiri, abbiamo avuto negli anni '70 gli studi di J. O' Callaghan su un frammento papiraceo rinvenuto in una grotta di Qumran (scoperta nel 1947), la settima grotta (donde la sigla di 7Q5 per il frammento): lo studioso arrivò ad identificare il passo riportato (in tutto neanche una ventina di lettere disposte su cinque righe) con Mc 6,52-53 75 e, in base al fatto che la grotta dovrebbe essere stata chiusa nel 68 (nel periodo della guerra giudaica), suppose che il Vangelo di Marco fosse stato composto anteriormente.
La tesi che ha avuto maggiore fortuna è la cosiddetta "teoria delle due fonti", secondo la quale Mt e Lc, l'uno indipendentemente dall'altro, dipenderebbero entrambi da Mc, ma anche da una seconda fonte (la cosiddetta fonte Q, dall'iniziale di Quelle, "fonte" in tedesco), consistente in una raccolta di detti del Signore, presumibilmente scritta e in greco;101 questa fonte sarebbe rimasta sconosciuta a Mc. E' possibile ipotizzare anche altre fonti, scritte o orali, ed è stato supposto che Mt e Lc usino, non il Mc attuale, ma un proto-Mc o, in tedesco, Ur-Markus. Mc Q Altre fonti Altre fonti Mt Lc Oggi la teoria delle due fonti non soddisfa più completamente, perché non spiega certi fenomeni, come le concordanze tra Mt e Lc quando, pur dipendendo da Mc, se ne distaccano (cfr. Mt 9,20 e Lc 8,44, che parlano entrambi di "frangia" del mantello, mentre Mc 5,27 solo del mantello); e come i passi in cui Mc sembra fondere Mt e Lc, e quindi dipenderne (cfr. la doppia notazione cronologica di Mc 1,32, che combina Mt 8,16 e Lc 4,40). Sono state quindi proposte delle correzioni alla teoria. Una nuova ipotesi che aggiorna e integra la "teoria delle due fonti" cercando di rispondere ai punti insoddisfacenti è quella proposta nel 1984 da Ph. Rolland. Egli suppone l'esistenza di tre fonti principali per i tre Vangeli, che avrebbero operato tutti indipendentemente l'uno dall'altro. Alla base ci sarebbero due diverse "edizioni" di un Vangelo originario ("Vangelo dei dodici"), che avrebbero portato a un Vangelo ellenistico e a un Vangelo.
paolino; in più ci sarebbe la fonte di detti Q. Mc avrebbe utilizzato entrambi i preevangeli (talora fondendoli); Mt avrebbe utilizzato il Vangelo ellenistico, Q e altre fonti proprie; Lc avrebbe utilizzato il Vangelo paolino, Q e fonti proprie. Vangelo dei dodici Altre fonti Vangelo ellenistico Q Vangelo paolino Altre fonti Mt Mc Lc .
LINGUA
Lingua e stile degli scritti del NT Il NT è tutto scritto in greco; anche i Vangeli, che pure probabilmente riutilizzano, oltre a fonti in greco, materiali trasmessi, oralmente o forse già per iscritto, in aramaico, non risultano essere versioni dirette di testi aramaici o ebraici. Rimane minoritaria l'opinione di chi, come Carmignac di cui abbiamo parlato a proposito della datazione, ritiene invece che almeno Mt e Mc possano essere traduzioni. Il greco di questi scritti si differenzia da quello classico e da quello profano del periodo neotestamentario: lo notavano già gli antichi, e ne erano sconcertati i pagani colti, che lo accusavano di povertà e barbarie, ma anche molti cristiani di formazione classica trovavano difficoltà al primo accostamento. Un problema non completamente risolto è costituito dalla presenza di numerosi semitismi. In tempi recenti è stato possibile appurare che la lingua di base del NT non è che la koiné (lett. "[lingua] comune"), ossia la lingua volgare dell'epoca ellenistica, quale è testimoniata da papiri, iscrizioni, òstraka (= cocci usati come schede), ma anche da opere letterarie di carattere tecnico, non influenzate dall'atticismo. Non è dunque vero che gli scrittori neotestamentari siano incolti e trascurati nel linguaggio, anzi, mostrano di possedere molto bene la lingua greca. I semitismi sembrano derivare soprattutto dall'influenza del greco dei Settanta, che ne contengono molti,
Inoltre il linguaggio neotestamentario non è affatto omogeneo, ma varia a seconda dei singoli autori. Il greco di Mc è il più vicino alla koiné non letteraria e allo stile orale (prevalenza di paratassi, della congiunzione kaiv, "e", del presente storico o dell'imperfetto, dei diminutivi; uso di asindeto, di anacoluti, ecc.). Gli altri due sinottici usano il greco con maggiore proprietà e raffinatezza.
Buonasera filosofi ! Riguardiamo il percorso che abbiamo condiviso nel2025 ed il materiale che abbiamo utilizzato: siamo partiti da S.Agostino. Sant'Agostino (354 - 430) 1. La patristica 1.1. Il diffondersi e il radicarsi del cristianesimo portano all’elaborazione di una filosofia cristiana. 1.2. Tale filosofia, al contrario di quella antica che ricercava la verità, prende le mosse da una verità già rivelata (la parola di Dio), e ha il compito di interpretarla e renderla comprensibile. 1.3. Coloro che si adoperarono nell’elaborazione di una dottrina filosofica del cristianesimo vennero chiamati “padri della Chiesa” e tale dottrina patristica. 1.4. Il principale esponente della patristica fu Sant'Agostino di Ippona. 2. Vita 2.1. Nato nel 354 a Tagaste, in Africa nordoccidentale (l’attuale Algeria), Agostino intraprese gli studi classici, coltivando un particolare interesse per la grammatica, fino ai 19 anni, quando la lettura dell’'Ortensio' di Cicerone lo appassionò...
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