Luigi Manconi-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Civili armati in Ucraina Dalla lezione dei partigiani all'articolo 11 della Costituzione, tutte le ragioni per non considerare un errore irreparabile l'invio di mezzi militari agli ucraini per contrastare l'invasione russa Chi abbia letto i racconti partigiani di Beppe Fenoglio ricorderà con quanta ansia le diverse formazioni della resistenza attendessero e, poi, con quanto sollievo accogliessero i lanci dei rifornimenti (armi, attrezzature, tabacco) da parte degli aerei degli eserciti alleati. E quanto quelle provviste che piovevano dal cielo contribuissero a determinare il morale dei combattenti, la loro capacità militare e l’equilibrio dei rapporti di forza sul campo. Di conseguenza fatico a immaginare perché mai — pur essendo nel frattempo cambiato il mondo — inviare mezzi militari ai resistenti ucraini costituisca un errore irreparabile e un rischio mortale. Per me l’Associazione nazionale partigiani d’Italia è sacra, ma non riesco proprio a intendere le parole del suo presidente Gianfranco Pagliarulo quando afferma che «l’invio di armi in Ucraina espone il nostro Paese a un grave pericolo». E, dal contesto, si evince che quanto si teme sia la rappresaglia contro l’Italia, oltre che l’acutizzarsi del conflitto. La conseguenza ultima, ma coerentissima, di un simile ragionamento è quella di chiedere — qualcuno già lo fa — la resa immediata dell’Ucraina. Ma, con questa logica, si sarebbe dovuto rinunciare a gran parte delle azioni armate della Resistenza, con l’inevitabile mortificazione di qualunque ruolo dell’Italia nella guerra di liberazione e di qualunque successiva ambizione all’indipendenza e alla sovranità nazionale. Guerra Ucraina-Russia: la diretta no stop I Ecco, pur considerando il profondo mutamento intercorso tra l’Europa degli anni Quaranta e quella odierna, credo che il sostegno ai cittadini ucraini per difendere l’identità, la dignità e il ruolo futuro di quel popolo, sia cruciale. Dico questo perché ritengo che le posizioni di quanti si dichiarano pacifisti vadano prese sul serio e trattate con rispetto, al netto di due considerazioni. La prima: mi sembra evidente che, come mi dice Massimo Recalcati, «l’inconscio di una certa sinistra detesta la democrazia». Così si spiega, forse, l’affannarsi di tanti nel precisare puntigliosamente che «Putin non è Hitler». (Evidentemente, le grandiose pagine di Vita e Destino di Vasilij Grossman non hanno lasciato traccia tra i lettori italiani). Non sarà Hitler, ma «certo, gli assomiglia». Tant’è vero che domina la Russia ormai da 22 anni. E si è reso responsabile di stragi in Cecenia e in Siria, di massacri di donne e bambini, di distruzione di città e villaggi e di sistematiche violazioni dei diritti umani. Seconda considerazione: la più intelligente delle organizzazioni pacifiste del nostro paese, la Rete italiana pace e disarmo, che non può essere tacciata di simpatie per Putin, ha un programma di iniziative tutt’altro che imbelle. Ma che resta al di qua di ciò che impone l’attuale e irreversibile congiuntura. Che non è quella di una guerra tra due Stati, bensì di un’invasione di conquista da parte di un’armata imperiale. In altre parole, la domanda è: cosa fare oggi — proprio oggi — mentre un colpo di mortaio annienta una madre, un padre e i loro figli in una strada di Irpin? Ecco, fatta salva l’urgenza di tentare tutte le vie politico-diplomatiche, tutte le mediazioni internazionali, tutti i percorsi per negoziati, corridoi umanitari e cessate il fuoco: ecco, tentato tutto questo, perché mai non dovremmo sostenere, anche attraverso la fornitura di armi, gli ucraini che vorrebbero difendere quella famiglia? È il senso di quella che già trent’anni fa, dopo l’assedio di Sarajevo e la strage di Srebrenica, chiamammo ingerenza umanitaria. Ed è, ancora, nient’altro che la trasposizione — nel ferro e nel fuoco dell’occupazione russa — dell’apologo del Mahatma Gandhi (ricordato da Vito Mancuso su La Stampa di domenica scorsa): un uomo in preda a follia omicida uccide con la sua spada chiunque incontri sul cammino: colui che trova il coraggio di ucciderlo sarà considerato un uomo caritatevole. C’è, poi, un’altra questione da affrontare, ed è il richiamo all’articolo 11 della Costituzione, dove si legge: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dunque, ciò che viene rifiutato è il ricorso alla guerra come strumento di offesa e non come mezzo di difesa: e, infatti, in Ucraina vengono inviati aiuti militari destinati a proteggere l’aggredito dall’aggressore. Che è quanto contemplato dai principi fondamentali del diritto internazionale e sancito dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite. Quest’ultimo riconosce il «diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato». Infine, c’è un’enorme questione etica: si deve adottare la massima prudenza per evitare effetti non voluti e che un domani quelle armi, inviate in Ucraina, siano rivolte contro di noi. Ma resta un dilemma ineludibile: davanti all’inerme che soccombe, gli “uomini caritatevoli” possono sottrarsi alle proprie responsabilità in nome del rifiuto della violenza e della guerra? E consentire — ovvero non impedire — che l’inerme sia cancellato dalla faccia della terra e dalla storia non significa, forse, perpetuare la più grande delle ingiustizie? --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- VITO MANCUSO--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Guerra e Pace IN PRIMO PIANO Posted on 7 marzo 2022 Guerra e Pace [PDF] Ci sono domande alle quali non si vorrebbe rispondere perché si conosce la complessità della situazione, non riducibile a un sì o a un no. Eppure a volte rispondere è necessario, assumendosi i rischi della coscienza morale in azione. Mi chiedono: “Sei a favore dell’invio di armi in Ucraina?”. Rispondo: Sì, sono a favore; credo occorra ascoltare il loro appello e non lasciarli soli, condivido la posizione dell’Ue e del governo. Ribattono: “Ma allora tu sei a favore della guerra! Appoggiando l'invio di armi, dici sì alla guerra, versi benzina sul fuoco, alimenti la carneficina!”. L’obiezione proviene soprattutto da chi dichiara di volere la pace più di ogni altra cosa e può avere una duplice argomentazione: o di tipo ideologico in quanto sempre e comunque contrari all’uso delle armi, o di tipo pragmatico in quanto consapevoli che contro la Russia non ci può essere Ucraina che tenga, e che anzi, armandola di più, se ne incrementa la strage. Anch’io però amo la pace, ho speso buona parte della vita a servirla e fondarla eticamente, e non per questo le mie conclusioni sono di lasciare inascoltato l’appello degli ucraini e di non aiutarli militarmente nella loro difesa dall’aggressione russa. Ma ho appena scritto aggressione “russa” e mi si stringe il cuore: è dai tempi del liceo che la mia anima si nutre di Dostoevskij, Tolstoj, Čechov, Pasternak; alla memoria di Vasilij Grossman, ebreo nato in Ucraina e di lingua madre russa, ho dedicato un libro. Quando ho incontrato il pensiero teologico russo con Solov’ëv, Florenskij, Sergej Bulgakov, Berdjaev, i grandi pensatori della sofiologia, è stata per me una folgorazione. E poi, come dimenticare i venti milioni di morti dell’Armata Rossa grazie a cui il nazifascismo è stato sconfitto? Mi ritrovo quindi colmo di perplessità e per sciogliere il nodo cerco di esercitare l’intelligenza spronandola al suo principale lavoro da cui tutto il resto dipende: capire. Ma cosa c’è da capire? … Guerra e pace: ecco cosa c’è da capire. Prendo spunto dal titolo del capolavoro di Tolstoj (che peraltro nella seconda metà della vita fu un pacifista radicale con posizioni politiche prossime all’anarchia) per sostenere che la Storia a volte non consente di optare per la guerra o la pace, come oggi vuole chi, dichiarandosi a favore della pace, è contro l’invio di armi agli ucraini. Talora non si dà guerra “o” pace, bensì guerra “e” pace, con la congiunzione “e” a connettere intimamente i due fenomeni. Come tradurre in latino il titolo di Tolstoj? Me lo chiedo perché il latino ha una capacità molto più ampia dell'italiano di esprimere la congiunzione “e”, che può essere resa con “et”, “ac”, “atque” e con il “que” aggiunto alla fine del secondo termine, per esempio “senatus populusque”, a indicare che i due termini sono così uniti da essere quasi una cosa sola: due atomi che formano una molecola. Quale congiunzione avrebbero scelto Cicerone, Seneca o Tacito per unire oggi “bellum” e “pax”? La pace non è mera assenza di guerra, è piuttosto un atteggiamento interiore, io penso sia una diversa volontà di potenza e la definisco “coraggio” nel senso etimologico di “azione del cuore”. Ma l’insegnamento pressoché unanime delle tradizioni spirituali e filosofiche è che la pace, non solo non è mera assenza di guerra, ma, per essere veramente servizio della vita e non imposizione (come la “pax romana”) o ideologia mascherata (come l'odio antioccidentale di alcuni), può essere anche presenza di guerra. In che senso? Nel senso che deve contenere in sé anche la possibilità della guerra come legittima difesa. In questo caso si ha la guerra “giusta”, contemplata unanimemente dalle maggiori tradizioni filosofiche e spirituali. Sintetizzando sapienza greca e dottrina cristiana, Tommaso d'Aquino si chiedeva se è sempre un peccato fare la guerra (utrum bellare semper sit peccatum, cfr. Summa theologiae, II-II, q. 40) e rispondeva di no a tre condizioni: legittimità dell'autorità che la conduce, giusta causa, giusta finalità. La guerra di Putin non è giusta perché: 1) l'autorità che la conduce è democraticamente illegittima in quanto regime liberticida che nega la libertà, censura l’informazione, incarcera gli oppositori (Navalny), talora li uccide (Politkovskaja, Nemcov, Litvinenko); non è insomma una democrazia ma una “democratura”, come l’ha definita Massimo Giannini; 2) la sua causa è palesemente l'attacco, non la difesa, come afferma una dichiarazione sottoscritta da migliaia di scienziati russi e presentata su questo giornale da Elena Cattaneo; 3) ha come finalità il controllo di un paese sovrano per ridurlo a proprio vassallo. Al contrario, la guerra condotta dall'Ucraina è giusta perché: 1) viene condotta da un governo eletto democraticamente; 2) è motivata dalla naturale volontà di difendere il proprio paese e la vita dei cittadini; 3) ha come fine la libertà. Ne viene che questa guerra è ingiusta e giusta al contempo, a seconda della posizione, e non è del tutto vero quanto pensava Gino Strada secondo cui “la guerra giusta non c’è: nove vittime su dieci sono civili”: è vero per la guerra di Putin, è vero per la guerra degli Usa che intendevano esportare la democrazia costruendo menzogne, è vero per ogni altra guerra di aggressione. Non è vero però per la guerra degli ucraini e per ogni altra guerra di difesa. Il fenomeno Storia è complesso, richiede un’intelligenza delicata e priva di certezze a priori: si pensi alla Seconda guerra mondiale che fu al contempo aggressione nazifascista e lotta contro il nazifascismo e resistenza, e prima ancora si pensi a tutte le guerre di indipendenza che hanno consentito ai popoli oppressi di raggiungere la libertà. Il che attesta che a volte nella Storia non si dà la possibilità di scegliere o guerra o pace, ma le si deve tenere insieme entrambe: e guerra e pace. Volere la pace significa: a) preparare in tutti i modi la pace; b) essere altresì pronto a una guerra di difesa dall’ingiusto aggressore. La pace e la guerra sono quindi sullo stesso piano? No, la pace è infinitamente superiore, ma proprio per questo essa contiene la possibilità (estrema ma reale) della guerra. Essa non è il contrario della guerra, ne è il superamento, Aufhebung avrebbe detto Hegel indicando il processo che sa custodire anche le ragioni dell’antitesi. L’insegnamento da trarre è che le opzioni di guerra non devono essere escluse a priori e che talora purtroppo è necessario ricorrervi. Ha scritto al riguardo Gandhi, il più celebre padre della non-violenza: “Supponiamo che un uomo venga preso da una follia omicida e cominci a girare con una spada in mano uccidendo chiunque gli si pari dinnanzi, e che nessuno abbia il coraggio di catturarlo vivo. Chiunque uccida il pazzo otterrà la gratitudine della comunità e sarà considerato un uomo caritatevole” (Teoria e pratica della non-violenza, p. 69). Questa è la risposta all’obiezione di chi è sempre e comunque contrario alla guerra e all’uso delle armi, rimane la seconda di tipo pragmatico secondo cui l’invio di armi agli ucraini contro i russi non serve a nulla a causa della sproporzione delle forze. Si tratta però di un argomento che suppone competenze militari non in mio possesso, io mi posso limitare a dire che se un bambino viene malmenato da un energumeno impazzito non è che io non intervengo perché se no costui si arrabbia ancora di più. Dobbiamo costruire la pace. È un dovere politico e morale. Forse, a partire dal 24 febbraio, questa è diventata la missione della nostra vita. Al riguardo c’è un livello militare: gli ucraini combattono per la loro libertà e occorre aiutarli militarmente. C’è un livello umanitario: gli ucraini hanno bisogno di assistenza e occorre inviare loro cibo, vestiario, medicine, e accogliere amorevolmente tutti coloro che si mettono in salvo. C’è un livello diplomatico e occorre perseguire e incoraggiare tutte le trattative. Occorre inoltre tenere presente che la guerra riguarderà sempre più anche il popolo russo, consegnato dal suo dittatore a un nero futuro: se si vuole la pace, anche i russi sono da aiutare ascoltando le loro ragioni, onorando la loro maestosa cultura, non emarginandoli come reietti. Soprattutto dovremmo sorvegliare attentamente la nostra coscienza per far sì che non vi entri il veleno dell’odio, neppure di fronte alle immagini più strazianti della guerra iniquamente condotta da Putin. I russi infatti, per quanto ora costretti a obbedirgli, non sono Putin, così come i tedeschi non erano riducibili a Hitler, gli italiani a Mussolini, i serbi a Milošević, l’umanità a Caino. Nella Amsterdam occupata dai nazisti, una giovane donna ebrea, Etty Hillesum, poi uccisa ad Auschwitz, scrisse in una lettera datata dicembre 1942: “So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più corta e a buon mercato? Ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo rende ancora più inospitale”. Vito Mancuso, La Stampa 6 marzo 2022 -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Guerra Ucraina-Russia, DONATELLA DI CESARE--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Di Cesare: "Non si aiutano ucraini dandogli armi" 04 marzo 2022 | 11.26 LETTURA: 2 minuti La filosofa cita l’opera di Kant del 1795: "Se in Europa non c'è pace perpetua, ci sarà nei cimiteri" - Donatella Di Cesare “Non si aiutano gli ucraini armandoli: è semplicemente questa la mia posizione. E l’Europa, che celebra una riunificazione in armi, in realtà nasconde il proprio fallimento”. Parlando con l’Adnkronos, è netta la filosofa Donatella Di Cesare nel sottolineare le proprie “posizioni pacifiste, ci tengo moltissimo a dirlo e a esserlo”, anche nei confronti di una guerra “raccontata attraverso una narrazione semplicistica: l’idea che tutto sia iniziato con l’invasione russa. Certo, chi non condannerebbe la Russia partendo soltanto da questo ‘antefatto’? Invece, bisognerebbe indagare un po’ più in profondità, andare indietro nel tempo, a prima della guerra, a cosa l'ha determinata”, aggiunge la professoressa di filosofia teoretica dell'Università 'La Sapienza' di Roma, molto criticata dopo le sue affermazioni di ieri sera a 'Piazza Pulita' su La7. Ciò che mancano e invece servirebbero, secondo la Di Cesare, sono “le voci della politica e della diplomazia che chiedano la pace: un'unificazione in armi, infatti, è una sconfitta e non la vittoria tanto celebrata dell’Europa. Vivo con dolore e angoscia le vicissitudini degli ucraini, ma penso che non si possa aiutare il popolo con le armi o mandando legionari. Non mi sarei mai aspettata una simile presa di posizione da parte dell’Italia e della Germania, non solo per la loro dipendenza energetica dalla Russia, ma anche per i legami culturali e politici che nel tempo avevano creato. Penso ad esempio al convegno su Kant a Kaliningrad (l’ex città di Königsberg, dove il filosofo tedesco era nato) in programma per il prossimo anno e che è stato annullato: un fatto grave quanto la cancellazione a Milano del corso su Dostoevskij di Paolo Nori. Evidentemente anche i morti fanno paura”. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Per la pace va garantito alla Russia il diritto di esistere DONATELLA SALINA Quotidiano "La Luce"------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- I media occidentali all’unisono ci bombardavano quotidianamente con notizie false o incomplete, trasmissioni faziose e di pura apologia americana e antirussa ma invece di creare nuovi spauracchi bisognerebbe ricercare l’origine di questo conflitto nelle continue provocazioni della NATO. In Russia vivono decine di popoli diversi, minoranze etniche con proprie lingue e costumi, e così anche in Ucraina. Solo chi non conosce la storia di territori storicamente e culturalmente tanto affini può pensare che l’Ucraina possa esistere come entità storico-culturale autonoma. L’iper nazionalismo illusorio della dirigenza ucraina copre un’identità debole e facile preda delle suggestioni globaliste. In un suo recente discorso pubblico il presidente russo ha ricordato i legami secolari che fanno di russi ed ucraini etnicamente lo stesso popolo (perlomeno nella sua componente slava) e destinati ad essere uniti e ad esprimere un’opposizione radicale al mondo globalizzato. È a partire dal IX secolo, con il Re Oleg, che si iniziò a parlare della Rus di Kiev, un principato costituito da Russi: un popolo di origine nordica che si fuse ben presto con la componente locale slava. Questo territorio quindi è la culla dell’identità russa assai più di Mosca. Un’identità ricca di componenti, prima bizantine poi addirittura asiatiche. Nella crisi dell’Ucraina – repubblica sovietica fino al 1990, anno in cui fu proclamata l’indipendenza – oltre ai legami storico culturali si deve tener conto anche e soprattutto della questione geopolitica. La Russia è di fatto accerchiata da potenze filo occidentali, essendo la Nato penetrata profondamente nella cintura di sicurezza intorno al Paese, e dopo aver attirato nella propria orbita molti paesi dell’Est Europa e mantenendo importanti basi in Turchia. La Russia avverte come una minaccia alla sua stessa esistenza qualunque mutamento geopolitico, incluse le incessanti minacce americane al governo iraniano e la politica di destabilizzazione occidentale in Asia Centrale. Come possiamo dimenticare che sono state proprio le forze occidentali a scatenare gli orrori della guerra nella ex Jugoslavia? La Russia non è stata da meno nella stessa guerra balcanica e peggio ancora in Siria ed in Afghanistan. Tuttavia va riconosciuto il suo diritto ad esistere e a governarsi secondo propri principi morali e politici, come tutti i paesi del mondo. Ed è del tutto ovvio che non può tollerare l’installazione di missili nucleari a poca distanza dai propri confini. Il Governo della Turchia, pur criticando la politica di Putin sulla questione ucraina, si è da subito proposto come mediatore per un futuro accordo di pace, visto che la Turchia – come l’Italia – riceve quasi il 50% del gas dalla Russia ed è un suo importante partner economico. Se l’Europa non fosse ridotta a quello che è, cioè un’entità finanziaria in mano ad una élite assetata di potere e denaro, dovrebbe infine sottrarsi dal servilismo verso l’imperialismo americano e promuovere una politica indipendente che tuteli gli interessi dei suoi popoli. Intanto però la popolazione europea si accinge a subire i danni derivanti dalle sanzioni nei confronti della Russia insieme agli spaventosi aumenti delle materie prime, che già colpiscono pesantemente famiglie ed imprese. Senza una politica tesa a salvaguardare gli interessi dell’Europa ci avviamo ad un inevitabile declino economico e politico, frutto di un collasso etico e spirituale causato dai disvalori delle ideologie iperliberiste occidentali. Forse una strategia di tipo euroasiatico risulterebbe più conveniente per l’Europa rispetto all’atlantismo ottuso, praticato finora, visto che gli USA non esiterebbero a sacrificare l’economia di un continente – il nostro – per difendere la propria. ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- MARCO TRAVAGLIO ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- “Invio delle armi all’esercito ucraino? Che sia un errore lo hanno spiegato i generali Marco Bertolini e Fabio Mini, che hanno avuto la franchezza di parlare al di là delle ipocrisie e delle retoriche e senza paura di passare per amici di Putin. Qui ormai sembra un derby: sembra che chi dice qualcosa fuori dal coro sia un amico di Putin”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che, nel corso di “Otto e mezzo” (La7), spiega: “Non è mai successo che si derogasse alla legge che vieta l’esportazione di armi a Paesi non alleati. Addirittura i nostri amici somali ci hanno chiesto armi per combattere l’Isis e non le abbiamo mandate. Io non sono contrario all’invio delle armi, anzi ritengo che sia legittimo in certi casi estremi per sostenere l’autodifesa dei popoli, quale sicuramente è la resistenza ucraina contro l’aggressore russo. Bisogna però vedere cosa succede dal dire al fare”. E aggiunge: “Abbiamo scoperto che per far entrare le armi in Ucraina dobbiamo usare milizie di contractor, cioè di mercenari, che a loro volta ne trattengono una parte. In passato abbiamo visto nostre armi utilizzate da milizie che poi hanno cominciato a sparare contro di noi. L’ultimo caso clamoroso è quello degli afghani, che quando resistevano contro i russi erano dei benemeriti mujaheddin. Poi, quando hanno cominciato a resistere alla nostra invasione, sono diventati dei tagliagole talebani”. La Playlist La7 “Invio delle armi all’esercito ucraino? Che sia un errore lo hanno spiegato i generali Marco Bertolini e Fabio Mini, che hanno avuto la franchezza di parlare al di là delle ipocrisie e delle retoriche e senza paura di passare per amici di Putin. Qui ormai sembra un derby: sembra che chi dice qualcosa fuori dal coro sia un amico di Putin”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che, nel corso di “Otto e mezzo” (La7), spiega: “Non è mai successo che si derogasse alla legge che vieta l’esportazione di armi a Paesi non alleati. Addirittura i nostri amici somali ci hanno chiesto armi per combattere l’Isis e non le abbiamo mandate. Io non sono contrario all’invio delle armi, anzi ritengo che sia legittimo in certi casi estremi per sostenere l’autodifesa dei popoli, quale sicuramente è la resistenza ucraina contro l’aggressore russo. Bisogna però vedere cosa succede dal dire al fare”. “Abbiamo scoperto che per far entrare le armi in Ucraina dobbiamo usare milizie di contractor, cioè di mercenari, che a loro volta ne trattengono una parte. In passato abbiamo visto nostre armi utilizzate da milizie che poi hanno cominciato a sparare contro di noi. L’ultimo caso clamoroso è quello degli afghani, che quando resistevano contro i russi erano dei benemeriti mujaheddin. Poi, quando hanno cominciato a resistere alla nostra invasione, sono diventati dei tagliagole talebani”. ” Bisogna dire la verità anche ai nostri amici ucraini che resistono: tutti ci auguriamo che questa guerra finisca con una loro vittoria e che riescano a cacciare i russi, però sappiamo anche che i rapporti di forza sono sproporzionati. Sappiamo anche che l’unica speranza per garantire che questa guerra faccia il minor numero possibile di vittime e costi anche in termini territoriali il prezzo minore alla sovranità dell’Ucraina è che duri poco. Io ho l’impressione che mandare armi significhi semplicemente allungare un’agonia e arrivare ai negoziati di pace, quando resterà ben poco da negoziare”.

Commenti

Post popolari in questo blog