DIRITTO DI SPADA Tra poco in Italia potremmo essere chiamati a votare per un referendum in cui si tratta di eutanasia. Per il momento l'attenzione mediatica è piuttosto ridotta al riguardo, anche a causa di altri argomenti che richiedono con più forza la prima pagina. Nel più recente passato però abbiamo avuto un momento in cui questo tema è apparso su tutti i giornali e nelle tv. E' accaduto qualche anno fa, quando Fabio Antoniani, in arte dj Fabo insieme ai suoi accompagnatori Marco Cappato e Mina Welby, nel febbraio del 2017, si sono recati in Svizzera per accedere alle procedure mediche in grado di porre fine alla propria vita. Nel frattempo la Corte Costituzionale con la sentenza n. 242 del settembre 2019 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 580 del codice penale che prevede la punibilità di chi agevoli l'esecuzione del proposito di suicidio. La Corte ha invece stabilito che tale agevolazione sia possibile nel caso che siano accertate la libertà, la consapevolezza e la piena autonomia della decisione presa, l'esistenza di una patologia irreversibile, la dipendenza del paziente da trattamenti di sostegno atti a tenerlo in vita ed infine l'esistenza di sofferenze fisiche o psichiche giudicate insopportabili dal paziente. La Corte ha anche auspicato un provvedimento legislativo in grado di regolare la materia del fine vita. Resta invece in vigore l'art. 579 del codice penale che prevede la punibilità dell'omicidio del consenziente (chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni). La necessità del referendum non si lega quindi esclusivamente alla ratifica normativa di quanto ha già stabilito la Corte Costituzionale, mira invece ad allargare il campo di intervento nella materia del fine vita, escludendo dalla punibilità categorie di malati (es. malati oncologici) che non possiedono tutte le caratteristiche richieste dalla sentenza e depenalizzando l'omicidio del consenziente. Ritengo che il problema nasca dal fatto di aver voluto distinguere all'interno di uno stesso fenomeno, quello del suicidio, tutta una serie di sottocategorie alcune delle quali vengono ritenute accettabili ed altre no. La gran parte del dibattito è stata incentrata sulla distinzione tra il concetto di “eutanasia” e quello di “fine vita”, su cosa possa essere considerato “cura” alla quale poter rinunciare, e cosa invece vada considerato come necessità vitale da assicurare in ogni caso, cosa possa essere scritto prima e cosa debba essere deciso solo all’ultimo momento. Centrare l’attenzione su tali distinzioni serviva soprattutto a segnalare che le cose di cui si stava parlando non potessero in nessun caso essere equiparate o forse neanche accostate al concetto di “suicidio”, ma che si trattava comunque di situazioni diverse, meritevoli di un’attenzione altrettanto diversaSi è detto quindi che non è lecito ricomprendere nello stesso gruppo di fenomeni l’atto di chi si toglie la vita in un assalto alla baionetta senza speranza e quello di chi decide di farla finita perchè non riesce a trovare un senso ed una prospettiva nella propria vita. Occorre necessariamente considerarli fenomeni diversi e distanti tra loro, privi di correlazioni reciproche o caratteristiche comuni. Soltanto così si potrà preservare la distinzione, la valutazione ed eventualmente anche la sanzione per i comportamenti non voluti. Mettendo tutti questi fenomeni in un unico gruppo sarebbe risultato necessario assegnare a ciascuno di loro un giudizio non troppo diverso da quello degli altri . La distinzione induce inoltre a pensare che al suicidio come un fenomeno tipicamente individuale in cui agisce la volontà del singolo ed è poco o per nulla determinato dai condizionamenti sociali. Proprio per questo l’individuo ne può, anzi ne deve, essere considerato responsabile. Non la pensava però così Emile Durkheim, il primo ad affrontare l’argomento in modo sistematico, che ne volle indicare invece delle ragioni sociali molto evidenti e volle sottolineare che tale fenomeno possa essere compreso e studiato soltanto ricomprendendo al suo interno” ogni caso di morte che risulti, direttamente od indirettamente, da un atto positivo o negativo compiuto dalla stessa vittima pienamente consapevole di produrre questo risultato”. Pur distinguendo tre tipi di suicidio (altruistico, egoistico ed anomico) Durkheim afferma che non cessava di essere presente in nessuno dei tre una notevole componente sociale legata al tipo di istruzione, alla posizione sociale,al grado di cultura e perfino alla religione di appartenenza . Vediamo quindi come è stato affrontato il tema nel tempo dalla filosofia e dalla religione. Platone nel Fedone condanna il suicidio come fuga da quel carcere corporeo in cui si è stati giustamente rinchiusi dalla divinità, invita sì a desiderare la morte ma ritiene necessario che l'uomo soffra nella sua vita terrena per espiare le colpe di esistenze anteriori e ritornar degno della beatitudine oltremondana. Socrate e Platone quindi condannano il suicidio in quanto l’uomo sarebbe un possesso degli dei e soltanto loro possono decidere quando morirà. Per Aristotele il suicidio non è da uomo virtuoso ma da vile, la conseguenza ricadrebbe sulla comunità che va invece salvaguardata. Al contrario gli stoici credono che a volte sia doveroso porre fine alla propria vita con una decisione razionale e virtuosa, in senso altruistico, quando una malattia impedisca all’animo di utilizzare il corpo in maniera ragionevole. Il bene non consiste nel vivere ma nel vivere bene, la vita deve essere resa accettabile anche agli altri, la morte deve essere accettabile solo per noi stessi. Anche per Epicuro il suicidio è un’affermazione della libertà umana di fronte allo stato di necessità che ci viene presentato dalla natura. Seneca afferma che il suicidio è espressione di estrema libertà. il suicidio non è il maggior bene, ma la via di uscita che la situazione offre al saggio e che il saggio intraprende stoicamente come definitivo compimento della propria vita virtuosa: il suicidio è visto come il minor male, l'ultima via di uscita. Dice anche che chi ha imparato a morire ha disimparato a servire. In tempi più moderni Kant inizia con il dire che la vita non va considerata in sè ma solo in quanto meritevole di essere vissuta, però poi considera illecito togliersi la vita per sottrarsi alle tribolazioni. L’uso del libero arbitrio prevede l’esistenza del soggetto, se si elimina il soggetto del libero arbitrio anche questo viene a cadere. Montaigne considera la libertà come il dono più grande datoci dalla natura “il mondo non ci trattiene, se vogliamo uscirne possiamo farlo quando lo riteniamo opportuno”. L’uomo modifica continuamente il suo destino e persino la sua natura, oltre che la natura che ha intorno, come è possibile considerare empio il suicidio solo perchè violerebbe il destino o la natura umana ? Hume afferma che età, malattia e cattiva fortuna possono rendere la continuazione della vita peggiore della morte. Questo comporta che la scelta di continuare a vivere dovrà tenere conto del dovere che l’uomo ha nei confronti di sè stesso. Schopenahauer si interessa particolarmente ai problemi della vita umana: l'esistenza è vista tragicamente dal filosofo, ed è infelicità e sofferenza. L’uomo tende all'appagamento dei suoi desideri, ma la felicità che ne deriva risulta però di breve durata e insoddisfacente. Subito nascono di nuovi desideri, mentre ciò a cui tendevamo, una volta raggiunto non soddisfa più la nostra volontà. Di fronte a questa esistenza l'uomo può scegliere due soli comportamenti etici: o afferma la vita accettando che la volontà (sinonimo di vita) è l'unica realtà o la nega rinunciandovi come l'asceta. Il suicidio non è una soluzione perchè la volontà di vivere è immortale e non è annullata da un gesto che ne tocca solo il fenomeno. Nietsche afferma lapidariamente:” muori al momento giusto, io lodo la mia morte, la libera morte che giunge quando voglio io. Quando ci si sopprime si fa la cosa più degna di rispetto che esista, si meriterebbe quasi di vivere.” Per Heidegger la morte è la possibilità più propria dell’esserci, solo riconoscendo tale possibilità l’uomo ritrova il proprio essere autentico e comprende veramente sè stesso. Egli vede per l’uomo due possibilità di vita : quella autentica vissuta in base alle proprie scelte ed alle proprie decisioni, e quella inautentica vissuta sulla base di scelte già fatte da ltri. Per passare dall’una all’altra possibilità è decisivo il rapporto con la morte, cioè con la possibilità estrema. Esistere autenticamente implica il coraggio di guardare in faccia la possibilità della propria morte. Occorre però tener presente che l’anticipare la morte heideggeriano non significa affatto togliersi la vita prima della propria morte naturale perchè questa sarebbe un'espressione inautentica.Ll'autenticità è solo nel prevedere ed accettare la propria morte. Per Sartre, la morte rappresenta l’apice dell’assurdità, è l’evento assurdo per eccellenza, perché interrompe la produzione progettuale propria della coscienza umana. La morte è la fine di tutti i possibili, ed è uno scandalo per l’uomo: dinanzi alla indefinita quantità di possibilità che si offrono perpetuamente al soggetto, la morte si presenta come l’annullamento di ogni possibilità e di ogni progetto. Se dobbiamo morire, la nostra vita non ha senso perché i suoi problemi non ottengono alcuna soluzione e perché il significato stesso dei problemi resta indeterminato. Sarebbe inutile ricorrere al suicido per sfuggire a questa situazione. Il mio suicidio non può essere considerato come una fine per la vita di cui io sarei il fondamento. Essendo atto della mia vita, richiede anch’esso un significato che solo l’avvenire gli può dare; ma siccome è l’ultimo atto della mia vita, esso si priva di questo avvenire: così resta completamente indeterminato. Infatti, se scampo alla morte, oppure se il colpo «fallisce», non giudicherò forse più tardi il mio suicidio come un atto di vigliaccheria? L’avvenimento non potrà forse indicarmi che altre soluzioni sarebbero state possibili? Ma dal momento che queste soluzioni non possono essere che i miei progetti, possono apparire che se rimango vivo. Il suicidio è un’assurdità che fa sprofondare la mia vita nell’assurdo. Paradossalmente, in questo senso, il suicidio avrebbe un senso solo in quelle confessioni religiose che contemplano una vita oltre la morte. Nei monoteismi abramitici, ade esempio, il gesto del kamikaze è vissuto con gioia, particolarmente da certo integralismo islamico, perché ci si proietta in un futuro che darà senso al gesto, ovvero il “paradiso eterno”. Affine è il comportamento del martire cristiano, mentre il cristiano suicida che sfida Dio col suo gesto verrà consegnato alle fiamme dell’inferno, esi dichiara da subito disposto a subirle (magari convincendosi che non possano essere peggiori della sciagure che sta vivendo sulla terra). Tutte queste, sono comunque proiezioni volte (attraverso la fede) a convincersi di un futuro che possa dare senso alla propria morte; lo stesso discorso, in fondo, potrebbe essere fatto a proposito del suicidio eroico o romantico: si tratta delle fede ontologica nei confronti del mondo, ovvero nella convinzione che esista un mondo oltre alla mia coscienza e vita, e che con la nostra scomparsa «si consegni qualcosa a qualcun altro». Seppur ben nascosta, anche questa idea (anche lì dove è assunta da eroi rivoluzionari) cela in sé una precisa convinzione religiosa in una vita oltre la vita: in un modo o nell’altro, si crede che si «potranno vedere», magari dall’alto, gli ulteriori sviluppi e conseguenze del proprio sacrificio. Perché non suicidarsi? Il mito di Sisifo, l’opera più importante dello scrittore e filosofo Albert Camus, è un tentativo di rispondere a questa angosciante domanda. Ragionando in termini strettamente logici, il suicidio si presenterebbe come la soluzione più sensata, specie nelle condizioni di disagio e disperazione. Alla luce che ogni uomo sulla faccia della terra è cosciente di dover morire, e visto che tutto è destinato a disperdersi nella vanità, tanto vale uccidersi subito e svelare l’enigma. Adorno, che invece, assieme a Horkheimer in Dialettica dell’illuminismo, inveisce contro il principio di autoconservazione ridotto a mero retaggio della logica capitalistico-​borghese. Quello dell’autoconservazione diviene uno dei tanti miti della modernità, fondati dalla ragione strumentale illuministica; che coinvolge le menti attraverso la convinzione imposta che il fine ultimo e trascendentale della vita privata di ciascuno sia quello di prolungare la propria esistenza indefinitivamente; attraverso di esso il sistema vigente è riuscito a promuovere ed a attuare l’autoconservazione del dominio imposto al tutto. Attraverso lo strumento del mito dell’autoconservazione, il sistema è riuscito ad imporre l’amministrazione del lavoro, che a sua volta è funzionale alla reiterazione delle condizioni di sfruttamento. Sembra di poter riscontrare una differenza di contenuti,tra i filosofi che condannano il suicidio e quelli che in qualche modo lo ammettono. Nelle argomentazioni dei primi sembra infatti essere quasi sempre assente il concetto di sofferenza. Molto spesso non viene neanche menzionato, altre volte viene regolato in modo molto succinto, auspicando la forza del soggetto a poterlo affrontare. IL PUNTO DI VISTA RELIGIOSO Da sempre e dovunque, una delle principali manifestazioni del potere, religioso o politico, è stata quella di affermare il proprio diritto assoluto a decidere delle questioni importanti , sia che riguardino il singolo uomo sia che si riferiscano alla collettività. Tutte le religioni hanno sempre affermato che la vita umana appartiene solo a Dio e che solo Lui può disporne. Il potere politico, a sua volta, ha sempre preteso di aver l’ultima parola rispetto alle decisioni che riguardino la vita o la morte degli esseri umani. Non è un caso che Gesù sia stato messo a morte non dal Sinedrio e non dagli ebrei, ma da Ponzio Pilato e dai Romani. I Romani erano infatti quelli che veramente comandavano in quel momento e non avrebbero permesso a nessuno di decidere al posto loro riguardo questioni di vita o di morte. Si riservavano in tal modo il così detto “ius gladii”, diritto di spada, in base al quale qualsiasi condanna a morte doveva essere da loro autorizzata. Questa circostanza non è riportata solo dai vangeli, è anche affermata dallo storico ebreo Giuseppe Flavio 1 Di vere e proprie condanne del suicidio nella Bibbia, non è che se ne trovino molte. Il più delle volte sono condanne indirette, rivolte cioè all’omicidio e poi allargate al concetto del dare la morte a sé stessi. Esistono però anche casi clamorosi di suicidi celebri, ad esempio quello di Sansone, che però non vengono considerati come tali dalla dottrina ufficiale che tende a porli sotto una luce diversa. In qualche modo si tende a rimuovere dalla categoria del suicidio quelli che hanno la caratteristica di poter rientrare nella classificazione di “suicidio altruistico” a suo tempo fatta dal sociologo Emile Durkheim.3 Il concetto che si cerca di affermare è che Dio saprà dare ad ogni uomo la forza di resistere alle difficoltà anche le più dure, se saprà affrontare la prova con tutta la sua pazienza. Questo è più o meno ciò che viene affermato dall'apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi. Sta di fatto che, per arrivare ad una vera e propria condanna del suicidio, dobbiamo aspettare il V secolo quando S. Agostino ( il teorico del peccato originale e della “massa dannata”) fornisce un interpretazione del quinto comandamento (non uccidere) affermando: “non ucciderai né altri né te stesso perché chi uccide se stesso uccide comunque un uomo”.4 Altri però, come Pelagio e S. Girolamo mostrano di apprezzare il coraggio delle vergini che si suicidano per evitare di essere violate. Anche il Corano ha al riguardo una posizione suscettibile di interpretazione: ” O voi che credete, non divorate vicendevolmente i vostri beni, ma commerciate con mutuo consenso, e non uccidetevi da voi stessi”. Si può chiaramente intendere come un invito a non suicidarsi ma anche a non commettere omicidio.5 Per avere qualcosa di più preciso bisogna andare a leggere i detti del profeta, in uno dei quali viene detto: “Il mio servo ha affrettato la fine della sua vita ed io gli ho chiuso le porte del paradiso”. Anche l’ induismo ed il buddismo giudicano il suicidio in modo negativo, tranne poi produrre dei monaci capaci di bruciarsi vivi per dar vita alla loro protesta. Cerchiamo quindi anche di indagare quanto l’atteggiamento delle varie comunità religiose sia stato coerente con questa impostazione Rispetto alla pretesa dei Romani che i cristiani sacrificassero all’imperatore, pena la loro messa a morte in caso di rifiuto, si sono avute delle risposte molto diverse da parte delle varie “chiese” cristiane. Occorre prima di tutto sottolineare che, almeno all’inizio, le richieste romane erano abbastanza simboliche ed equivalevano, in linea di principio, a quella che potrebbe essere oggi una nostra attuale richiesta di far giurare un musulmano sulla Costituzione del paese occidentale che lo ospita, vista come riconoscimento di un principio unificante, prima di attribuirgli la cittadinanza. Chiaramente con la notevole differenza che noi non prevediamo la pena di morte in caso di rifiuto. Le comunità più vicine alle posizioni gnostiche facevano la scelta di conservare la propria intima convinzione e però aderire alla richiesta dei Romani. Esistevano però comunità più intransigenti, ad esempio quella dei Donatisti, che propugnavano l’autodenuncia nella convinzione che ottenere al più presto il martirio li avrebbe portati alla conseguente immediata salvezza della propria anima. La comunità più consistente, quella che poi si autodefinirà “la vera chiesa”, assunse una posizione mediana priva di esagerazioni nell’uno o nell’altro senso. Anche in campo islamico i così detti “martiri della sharia” non sembrano aderire al dettato coranico (non per il suicidio e non per l’omicidio). Per quanto riguarda induismo e buddismo, tutti abbiamo impresse nella memoria immagini di monaci capaci di bruciarsi vivi per dar corpo alla loro protesta. Quale potrebbe essere quindi la morale ? Forse quella di poter accelerare il momento della nostra dipartita solo nel caso fossimo animati da un fine “altruistico” indicato da qualche autorità religiosa o temporale in grado di stabilirlo ? Se quindi ci trovassimo risucchiati con la nostra barchetta nel vortice del Maelstròm e, perduta ogni speranza, decidessimo di non attendere di essere arrivati al fondo per morirvi ma scegliessimo di abbandonare la nostra imbarcazione solo qualche istante prima (condizione molto simile a quelle di dj Fabio ), saremmo condannati per l’eternità ed i nostri resti non potrebbero neanche essere sepolti insieme a quelli dei nostri simili. Se invece nel corso di una serena navigazione, ricevessimo l’ordine da un’ autorità politica o religiosa di puntare sugli scogli per l’affermazione di un qualche principio, questo nostro “suicidio altruistico” verrebbe apprezzato e probabilmente neanche interpretato come tale. Tutto ciò risulta chiaramente inaccettabile almeno da una parte della popolazione, da chi cioè tende a concepire il diritto di uno stato laico come un insieme di regole riconosciute e riconoscibili da chiunque, a prescindere dalle proprie convinzioni religiose proprio perché non basato su nessuna di esse in modo preponderante. Questo significa che possiamo tranquillamente disfarci senza alcun rimpianto delle indicazioni fornite dall’ apostolo Paolo nella sua lettera sopra riportata ? Ed anche di quelle contenute nell’ hadith di Maometto? Entrambe recano l’indicazione di affrontare la prova più dura (quella della morte) con il massimo della nostra pazienza . E’ difficile non scorgere in questa indicazione un valore anche sapienziale, oltre naturalmente a quello religioso per coloro che sono credenti. Qui però forse le strade si dividono. Ci sarà infatti il credente che riterrà di dover sottolineare al massimo il principio dell’ onnipotenza divina ed il conseguente obbligo dell’uomo di rispettare il volere di chi è l’unico a poter disporre della vita dell’uomo, e considererà il male proprio come conseguenza della disubbidienza dell’uomo rispetto al comando di Dio ( è l’impostazione islamica), e chi invece considererà più importante sottolineare la libertà che Dio ha data all’uomo di poter scegliere, perché il bene è tale solo se è frutto di una scelta e non di una imposizione e perché il male è soltanto il prezzo da pagare perché questa scelta sia una scelta “vera” e consapevole ( è l’approdo cristiano attuale). Hans Kung ha scritto due libri sul suicidio affermando che il cristiano può porre fine liberamente alla sua esistenza(“Della dignità del morire. Una difesa della libera scelta, Bur, Milano 2010- “Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo.” Rizzoli,Milano,2014). Il più noto dei teologi cattolici del dissenso afferma che “nessuno deve essere spinto a morire, ma allo stesso tempo nessuno deve essere costretto a vivere”. La stessa cosa verrà detta da Dom Giovanni Franzoni. Se invece al giorno d’oggi il “suicidio” viene considerato una parolaccia impronunciabile e se a tale concetto viene quasi naturalmente associato un sospetto di infermità mentale lo dobbiamo al fatto che già con l’inizio dell’era moderna le varie legislazioni, civili ed ecclesiastiche, consideravano il suicidio un reato commesso contro Dio e contro il Re. La punizione prevista era quella di negare la sepoltura del suicida in terra consacrata (esattamente come è accaduto per Welby) e la confisca dei suoi beni, che non andavano più ai legittimi eredi ma venivano incamerati dallo Stato.. La reazione della popolazione fu quella di aggirare le disposizioni , producendo delle certificazioni che attestavano l’infermità mentale del suicida che, in tal modo, non poteva esser condannato ed evitava ai superstiti le conseguenze legali del proprio gesto.( James Hillman- Il suicidio e l’anima). CONCLUSIONI Il problema del fine vita per qualcuno non è un problema biologico, ma è quel rifiuto di determinate condizioni «invalidanti» che fanno sì che questa sua vita non ha più quella «capacità di azione immanente» che la contraddistingue come tale; viceversa un altro uomo il quale considera la vita cosciente come «il luogo dove emerge la sua origine da Dio e la sua destinazione a Dio» avrà attribuito alla propria esistenza il «valore della sacralità» e in virtù di ciò la difesa della sua vita sarà assoluta e senza possibilità di “morte anticipata” anche in condizioni invalidanti. Quando è «la vita» ad essere «presupposto dell’autonomia in quanto se non ci fosse un fatto ricevuto io non potrei essere autonomo neppure nelle azioni», la conseguenza di ciò è che «non si ha diritto a disporre, in nome della libertà di scelta, della soppressione della vita». Al contrario, se al di sopra di qualsiasi ragionamento o principio sta proprio «il diritto» di ognuno «di gestire la propria vita e anche la propria morte come pensa sia meglio, e al di là di costrizioni legali o religiose» con la diretta e ovvia conseguenza che il giudicare l’eutanasia come atto moralmente illecito è un fatto esclusivamente religioso . Dal punto di vista del bioeticista cattolico il concetto di autonomia è un concetto legato agli atti per cui «la libertà che mi è stata data da Dio è una libertà quanto alle azioni» e per tale motivo «togliersi la vita è contro la libertà stessa in quanto si recide la possibilità di compiere qualsiasi atto successivo». Ma è lecito chiedersi: se un individuo si trova in uno stato vegetativo persistente e pertanto in quel momento pur essendo vivo non possiede quella autonomia legata alle azioni, proprio perché impossibilitato a «compiere qualsiasi atto» “volontario”, a quest’uomo sarà pure concesso di aver ritenuto la sua stessa condizione come priva di qualsiasi forma di libertà? ============================================================================================================================================ 1Giuseppe Flavio -”Le guerre giudaiche” 2James Hillman- “Il suicidio e l'anima” Emile Durkheim- Il suicidio, studi di sociologia-1987 3 Emile Durkheim- Il suicidio, studi di sociologia-1987 4 S. Agostino-”Le Confessioni”. 5 Sacro Corano-004- Surat An-Nisà (Le donne)

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