RASSEGNA STAMPA SUL MONDO ISLAMICO Da "Confronti" ( dialogo cristiano-islamico di organizzazione prevalentemente protestante) Ramadan ai tempi della pandemia 4 Maggio 2021 di Asmae Dachan. Giornalista e scrittrice Volge ormai a termine il secondo Ramadan ai tempi della pandemia. Il nono mese del calendario lunare, il cui inizio quest’anno è coinciso con il 12 aprile e che terminerà il 12 maggio, è molto atteso e sentito dai fedeli dell’islam sia perché il digiuno – il sawm – in questo periodo rappresenta l’osservanza del quarto pilastro, sia per la dimensione spirituale che lo accompagna. La crisi provocata dal coronavirus ha però provocato una serie di limitazioni anche nell’ambito delle celebrazioni religiose, costringendo i credenti a cercare soluzioni diverse e rinunciare a molte pratiche. Nessuno potrà mai dimenticare le immagini della moschea della Mecca semi deserta dello scorso anno, né le immagini attuali, con pochi fedeli, perlopiù Sauditi, ben distanziati tra loro e con molte limitazioni nei percorsi. Prima della pandemia, durante il Ramadan, migliaia di persone sceglievano di andare alla Mecca o alla Medina, la seconda città santa dell’islam, per vivere alcuni giorni in un’atmosfera di raccoglimento e preghiera. Il governo saudita rilasciava fino a 7 milioni di visti d’ingresso per compiere la ʿumra, ovvero il pellegrinaggio minore, durante il periodo del Ramadan. Il coronavirus ha invece portato all’inimmaginabile, svuotando anche i luoghi di culto in uno dei periodi solitamente di maggiore afflusso. Il grande imam di Al Azhar, la massima autorità sunnita che ha firmato con Papa Francesco il documento sulla Fratellanza Umana, ma anche le autorità saudite e di altri Paesi musulmani, lo scorso anno ripeterono ai fedeli Saffu fi biutikum (“restate nelle vostre case”), per annunciare che tutti i rituali religiosi sarebbero stati temporaneamente sospesi. Non sono mancate tensioni e condanne da parte di formazioni radicali, che in Egitto, come in Algeria, hanno definito la chiusura dei luoghi di preghiera come un’eresia. Le esortazioni degli imam avevano però la valenza di vere e proprie fatwa, decreti religiosi, validi quindi per tutti i fedeli dell’islam. Anche se impreparati ad affrontare il Ramadan nella solitudine delle proprie case, i fedeli si sono adeguati. Scene simili a quelle del 27 marzo 2020 a Piazza San Pietro, quando Papa Francesco ha pregato da solo pronunciando un discorso che resterà nella storia: «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati». La parola tutti, ripetuta più volte, è la cifra di quello che credenti di fedi diverse e non credenti si sono trovati a riconsiderare. La globalizzazione della crisi pandemica ha infatti costretto l’umanità a fermarsi e a ripensare al proprio modo di vivere. La rinuncia a tradizioni e abitudini, specialmente nei periodi legati alle celebrazioni, ha un peso non indifferente, e questi due Ramadan in pandemia lasceranno il segno, sia nella dimensione individuale, sia in quella comunitaria. È qui utile spiegare alcuni aspetti del Ramadan. Si tratta di un periodo in cui i credenti adulti e in buona salute osservano un digiuno dall’alba al tramonto che riguarda l’astensione dal bere e dal mangiare, ma anche dal compiere altre azioni considerate religiosamente lecite come l’avere rapporti coniugali. È altresì un periodo in cui lavorare molto sulla propria autodisciplina, sforzandosi di purificare le proprie intenzioni e i propri pensieri, di lavorare sul pentimento e sulla riconciliazione. La fisica ci insegna infatti che il vuoto non esiste, così quel vuoto che si crea nello stomaco si riempie altrove. Si riempie di empatia, pazienza, umiltà, perdono. Quattro stati dell’essere che chiedono un grande lavoro su se stessi, un ascolto dei propri silenzi interiori e la ricerca di una luce attraverso il buio che si ha dentro. Oltre al grande sforzo personale, Ramadan ha una grande dimensione comunitaria, che si traduce ad esempio nella condivisione del momento dell’iftar – la rottura del digiuno – e nel momento della salatat-tarawih, una preghiera notturna che si celebra unicamente durante questo periodo. I rituali del Ramadan sono molto sentiti anche tra i fedeli musulmani d’Italia, che attraverso la propria comunità di riferimento partecipavano alle diverse celebrazioni. In molti centri islamici e moschee si organizzavano iftar aperti tutti, in cui attraverso donazioni fatte dai fedeli si preparavano pasti caldi che venivano offerti e consumati all’interno del luogo di culto, accogliendo chiunque desiderasse partecipare. Era diventata usanza condivisa anche che le famiglie preparassero a casa i pasti e tutte le pietanze venissero poi poste su grandi tavolate o lungo tovaglie sistemate a terra per essere mangiate insieme agli altri fedeli. Un’esperienza che oltre al significato religioso, ha assunto nel tempo anche una valenza interculturale, vista la natura multietnica dei fedeli musulmani d’Italia. Ramadan era così diventato occasione per sperimentare piatti di altre tradizioni, a partire dalla cucina italiana per arrivare a piatti del nord Africa, del Medio Oriente, dei Balcani e del sud-est asiatico. Le restrizioni imposte dalla pandemia, oltre ad aver tenuto chiusi i luoghi di culto per un lungo periodo, hanno poi vietato il consumo e la condivisione di pasti fuori dalle proprie abitazioni. Per i fedeli che hanno una famiglia si è trattato di una rinuncia tutto sommato accettabile, perché in casa ci si è trovati comunque a fare l’iftar con i propri cari, ma per le persone sole, il Ramadan ai tempi della pandemia ha accentuato la propria condizione di isolamento. Tashina S., di origine bengalese, racconta: «La nostra è una comunità molto unita, preparare il cibo da portare in moschea per distribuirlo rappresentava per noi un gesto di devozione, di fratellanza. All’ora dell’iftar arrivavano molti lavoratori soli, le cui famiglie sono rimaste al Paese d’origine e poterli accogliere, facendo trovare loro cibo caldo della tradizione, era una gioia. Adesso saperli soli mi rattrista», confessa la giovane imprenditrice di Roma. Diverse comunità hanno così affrontato questo aspetto preparando pacchi alimentari o distribuendo tra i bisognosi pasti caldi confezionati, come ha fatto ad esempio la Comunità islamica di Piacenza, che ha pensato anche ai detenuti di fede musulmana. Un altro momento importante nel Ramadan cui è già stato fatto riferimento è quello della salat at-tarawih. Come tutte le preghiere rituali, anche questa si svolge tradizionalmente nella dimensione comunitaria, recandosi in una sala preghiera o moschea, allineandosi in file ordinate, in cui le spalle dei fedeli sono affiancate. L’immagine è quella del muro di cinta in cui i credenti sono come i mattoni che si stringono l’uno all’altro. Quando sono stati riaperti i luoghi di culto è stato imposto il distanziamento e sono stati limitati gli ingressi. In questo secondo Ramadan in pandemia, grazie ai tamponi e alle immunizzazioni la Mecca e altri luoghi di culto sono tornati ad animarsi, seppur con limitazioni. Anche le moschee italiane si sono adeguate alle nuove norme di sicurezza. Qui è emerso però un nuovo problema. La preghiera del tarawih, che può durare anche oltre un’ora, e che si svolge solitamente dopo la preghiera del ishaà, intorno alle 21:50 circa, non si è può svolgere a causa del coprifuoco delle 22:00 o si svolge solo in modo parziale. Per questo in molti si sono ritrovati a pregare da soli in casa. Il 12 maggio segnerà la fine del Ramadan e il giorno successivo si celebrerà Eid al fitr, la prima festività annuale del calendario islamico. Grazie alle riaperture, molte tra le diverse comunità islamiche italiane hanno scelto di celebrare la preghiera riunendo i fedeli, ma fuori dalle moschee e dalle sale di preghiera, in luoghi spaziosi, anche all’aperto, per garantire il distanziamento. Per contrastare la solitudine che indubbiamente ha caratterizzato il Ramadan degli ultimi due anni, molti giovani fedeli musulmani hanno scelto di vivere questo mese usando i social. Come ha fatto Chaimaa Fatihi, praticante avvocata di Modena, che ha deciso di accorciare le distanze imposte dalle restrizioni usando i suoi profili per raccontare i significati, le emozioni, le tradizioni legate a questo periodo. Chaimaa, autrice del libro Non ci avrete mai. Lettera aperta di una musulmana italiana ai terroristi, pubblicato da Rizzoli, risponde alle curiosità di molti giovani che le pongono domande sui significati del digiuno, e non solo, riuscendo così a creare una condivisione, e una dimensione comunitaria, seppur virtuale. Sirin Bekdash, laureata in Mediazione linguistica, tiene invece una sorta di diario virtuale su Instagram con le sue riflessioni quotidiane sul Ramadan. La giovane scrive: «Una delle prime cose che capisci quando sei a digiuno è che quando non mangi non solo hai fame, ma hai anche freddo. Perché il cibo genera calore. E così ti rendi conto che i bisognosi soffrono di una doppia pena, la fame e il freddo». Una riflessione che coglie pienamente il significato del Ramadan, ma che sembra anche recepire una lezione importante che ci ha lasciato la pandemia, quella della necessità di riscoprire l’umanità come una grande famiglia di cui prendersi cura. Ph © Imad Alassiry / CopyLeft =============================================================================================================================================== Asmae Dachan Giornalista e scrittrice Da Oasiscenter (dialogo cristiano-islamico di organizzazione prevalentemente cattolica) Il Coronavirus come fattore politico. Voci arabe sulla pandemia 24/03/2020 | Claudia Annovi Edicola di Damasco Non solo emergenza sanitaria. Le implicazioni politiche dell’epidemia di Covid-19 attraverso una rassegna della stampa araba L’epidemia di Covid-19 si sta progressivamente estendendo anche agli Stati del Medio Oriente e del Nord Africa. Ma lungi dal rappresentare un mero problema sanitario, il virus solleva anche diversi interrogativi politici. È quanto emerge da alcune voci della stampa araba che si levano dall’altra sponda del Mediterraneo, le cui posizioni riflettono le contrapposizioni politiche e religiose che attraversano questi Paesi. Covid-19: freno o slancio alle proteste arabe? «La teoria della cospirazione si diffonde, nella nostra regione, molto più velocemente di qualsiasi epidemia biologica» sostiene Gilbert Achcar nel suo articolo per al-Quds al-Arabi, quotidiano panarabo con sede a Londra tradizionalmente impegnato a favore della democratizzazione della regione. Secondo il professore libanese, i Paesi arabi hanno sempre dimostrato la tendenza ad interpretare le calamità e le difficoltà che si trovano ad affrontare attraverso questa lente, definita secondo una prospettiva orientalista anche come una «malattia culturale». Dopo decenni in cui il destino della regione è stato deciso a tavolino da potenze straniere, come afferma Achcar menzionando gli accordi Sykes-Picot, non manca anche oggi chi sostiene che l’epidemia sia stata creata in laboratorio da taluni governi che avrebbero «colto questa opportunità» per distogliere l’attenzione popolare dai problemi sociali ed economici, mettendo in atto misure restrittive che obbligano i cittadini a rinnovare la lealtà all’ordine costituito. Ma l’utilizzo della pandemia come pretesto per combattere i moti rivoluzionari potrebbe non essere una prerogativa dei governi autoritari, suggerisce Achcar. Anche in Francia, scossa nell’ultimo biennio dall’ondata di proteste dei gilet gialli, la retorica bellica con cui il presidente Emmanuel Macron ha invitato i cittadini a combattere il nemico invisibile risuona come un tentativo di risollevare un consenso ormai molto fragile. Ma mentre la democrazia francese offre qualche garanzia in più sulla temporaneità delle misure restrittive, sul fronte arabo sorge il timore che, al termine della pandemia, i regimi ne escano ancor più rafforzati e consolidati. Secondo lo studioso libanese, tuttavia, il ricorso all’emergenza sanitaria come freno ai moti rivoluzionari da parte dei governi arabi (come nel caso dell’Algeria, che ha già vietato assembramenti) sarebbe tuttavia una strategia destinata a fallire. Questa pandemia mostrerà infatti la fragilità dei sistemi politici arabi, mettendo ulteriormente in risalto l’incapacità di governi che non sono ancora riusciti a dare una risposta alla disoccupazione, alla povertà e alle disparità sociali. E quando le ragioni sanitarie che impediscono alle persone di radunarsi verranno meno, le misure repressive potrebbero non essere più sufficienti a contrastare il «virus» della rivoluzione. L’epidemia di Covid-19, che ognuno dovrà vivere nelle proprie case, potrebbe dunque rappresentare la quiete prima della tempesta, preparando il terreno a rivolte ben più radicali e violente di quelle cui abbiamo assistito negli ultimi 9 anni. Come influenzerà il Coronavirus il rapporto tra Maghreb ed Europa? Un’altra interessante riflessione, sempre pubblicata su al-Quds al-Arabi, viene fornita dal giornalista Nizar Boulahia, che riflette sulle conseguenze che l’epidemia di Coronavirus potrebbe avere sugli equilibri geopolitici tra Europa e Maghreb. In questo momento di crisi globale il Mediterraneo continua a essere un confine fondamentale, ma se fino a poche settimane era l’Europa ad avvalersi di questa frontiera fisica, la situazione sembra ora invertirsi. Quella che è stata concepita per secoli come la culla della civiltà è ora il cuore di una pandemia alla quale tutti i Paesi, compresi quelli del Maghreb, cercano di sottrarsi chiudendo i propri confini. Chi avrebbe potuto solo immaginare che sarebbe arrivato il giorno in cui il Marocco, la Tunisia e l’Algeria avrebbero chiuso i propri spazi aerei e marittimi agli europei? «Il pericolo della salute globale potrebbe essere un’opportunità per capovolgere, correggere e modificare le tradizionali relazioni disfunzionali tra Maghreb ed Europa», afferma Boulahia, soffermandosi soprattutto sulle sfide che questa crisi pone al Nord Africa. In un momento in cui i rapporti con l’Europa si indeboliscono, e con essi anche i contributi economici che la sponda settentrionale del Mediterraneo forniva, i Paesi del Maghreb potrebbero svincolarsi dal rapporto che avevano con il Vecchio Continente, imparando ad affidarsi alle proprie capacità e risorse e modificando profondamente gli equilibri geopolitici esistenti. Voci dallo Yemen: la stampa divisa sulle misure adottate Nonostante l’annuncio da parte degli Houthi di aver chiuso scuole e università per paura della diffusione del Coronavirus, la direzione del gruppo continua a organizzare eventi e celebrazioni di massa per ricordare l’uccisione del suo fondatore Husayn Badr al-Din al-Houthi, scrive il quotidiano filo-saudita al-Sharq al-Awsat. Mentre molti Paesi ricorrono alla quarantena per limitare il contagio, il gruppo yemenita avrebbe invece assunto una strategia diametralmente opposta. Secondo al-Sharq al-Awsat, infatti, gli Houthi starebbero insistendo sulla mobilitazione settaria, sostenendo che è l’unico modo di proteggere il Paese dalla malattia. Fonti in loco, inoltre, confermerebbero che le milizie continuano, con l’appoggio dell’Iran, a effettuare estese campagne di reclutamento tra i giovani di San‘a, con il pretesto di salvare la popolazione dal contagio. Molti cittadini di San‘a hanno espresso il loro timore per la mancanza di misure contenitive da parte dalle milizie Houthi, che starebbero dimostrando, secondo l’inviato di al-Sharq al-Awsat, una pericolosa indifferenza nei confronti della vita degli yemeniti, in un Paese in cui le epidemie legate alla guerra civile hanno già decimato la popolazione e dove il sistema sanitario sarebbe incapace di far fronte alla pandemia da Covid-19. Una diversa prospettiva sulla politica sanitaria del Governo di Salvezza Nazionale di San‘a viene invece fornita da al-Akhbar, giornale libanese filo-sciita. Secondo le fonti di quest’ultimo, il governo yemenita appoggiato dalle milizie Houthi avrebbe approvato un pacchetto di misure precauzionali che prevede la chiusura delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, il divieto di frequentare luoghi pubblici e, infine, la sospensione di eventi ufficiali, attività culturali e sportive. Secondo al-Akhbar, inoltre, il conflitto tra San‘a e Aden sta aumentando i rischi dell’epidemia. Mentre la coalizione saudita avrebbe rifiutato di aprire l’aeroporto di San‘a per le emergenze sanitarie, il governo di Aden avrebbe aumentato i voli sulla capitale per il rimpatrio di diversi cittadini yemeniti dall’Egitto, dalla Turchia e dall’Unione Europea senza effettuare i test adeguati o senza sottoporli ad isolamento, aumentando così i rischi di contagio nel paese. Le divisioni emerse dalla guerra civile e la mancanza di una risposta univoca a un’epidemia che non conosce né confini né fazioni potrebbe risultare fatale nel caso in cui scoppiasse l’emergenza anche in Yemen. Hezbollah in prima linea nella lotta contro il Coronavirus Concentrandosi invece sulla situazione in Libano, sempre al-Akhbar riporta le misure adottate dal gruppo sciita Hezbollah per far fronte a una eventuale emergenza sanitaria. Temendo la diffusione del coronavirus nel Paese e un’inadeguata risposta di uno Stato già profondamente indebolito, i vertici del “Partito di Dio” avrebbero infatti promosso un piano sanitario su tutto il territorio nazionale, prevedendo ospedali da campo e squadre di intervento nei villaggi e nelle città. Sin dal primo contagio nel Paese, avvenuto il 21 febbraio, la leadership dell’organizzazione avrebbe cominciato a muoversi per intervenire, afferma l’inviato del quotidiano. Secondo fonti dell’Autorità Sanitaria Islamica, il partito avrebbe messo subito a disposizione le proprie capacità scientifiche, logistiche, finanziarie e sanitarie e l’esperienza dei propri membri: l’intervento dei gruppi operativi di Hezbollah andrebbe dai controlli capillari ai valichi di frontiera e la sanificazione di luoghi pubblici al rafforzamento concreto dei centri ospedalieri per prepararsi ad affrontare l’emergenza. È interessante inoltre notare che, in un articolo pubblicato mercoledì 18 marzo, la redazione di al-Akhbar ha messo in dubbio il fatto che il «paziente zero» provenisse dall’Iran, come ha dichiarato il Ministero della Salute, sostenendo invece che la scintilla del contagio sarebbe stato un gesuita di Beirut rientrato dall’Italia. L’epidemia in Israele: una sfida alle divisioni sociali? In un momento in cui gli Stati stanno richiamando tutti i medici disponibili per far fronte all’emergenza sanitaria, negli ospedali israeliani la battaglia non potrebbe essere vinta senza i medici arabi, afferma al-Sharq al-Awsat. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Sanità, infatti, in Israele il 17% dei medici, il 24% degli infermieri e il 47% dei farmacisti sono arabi, figure professionali essenziali per far fronte a una eventuale emergenza sanitaria di questa portata. E mentre a Balfour Street si valuta la creazione di un governo di emergenza dominato da partiti sionisti, appare chiaro che le capacità dello Stato contenere il contagio sarebbero fortemente compromesse dalla mancanza di questi professionisti, sottolinea il quotidiano. Eppure, oltre all’epidemia biologica cui lo Stato israeliano si prepara, la discriminazione di cui sono vittime i medici arabi sembra essere un virus altrettanto letale. Come ha raccontato al quotidiano la dottoressa Souad Hadj Yahya, che lavora in un ospedale israeliano, nonostante i dirigenti dimostrino un grande spirito di collaborazione con i propri colleghi non mancano episodi di razzismo da parte di pazienti ebrei che rifiutano le cure quando il medico è di origine araba. Eppure, come afferma la dottoressa, «all’ospedale tutti sono uguali davanti alla morte», e la necessità di assistenza non tiene conto della provenienza del medico che interviene per salvare delle vite. Proponendo una riflessione sulle sfide che il Covid-19 potrebbe porre al sistema politico e culturale israeliano, al-Sharq al-Awsat suggerisce così che il virus biologico che sta abbattendo confini e avvicinando persone, potrebbe forse indebolire il virus culturale insediato in Israele da decenni. Coronavirus tra etica medica e islamica Il dibattito sull’emergenza sanitaria scatenata dall’epidemia non si riduce tuttavia alle sue dimensioni politiche, ma solleva, anche nel mondo arabo, una serie di questioni culturali ed etiche. Per discutere questo aspetto della pandemia è stata organizzata a Doha una tavola rotonda intitolata “Coronavirus: l’influenza reciproca tra etica medica e islamica”, con l’obiettivo di discutere le molteplici sfide etiche che questo virus pone, scrive al-Jazeera. Come sottolinea infatti il professor Mo‘tamaz al-Khatib, docente di Studi Islamici all’Università Hamad Ibn Khalifa di Doha, l’emergenza sanitaria impone delle limitazioni sociali che non sono svincolate dalla dimensione etica dell’individuo, ma obbligano a una maggiore consapevolezza dell’aspetto morale che tali regole implicano. Anche dal punto di vista dell’Islam, la quarantena, l’isolamento e tutte le misure volte a limitare il contagio, attribuendo la responsabilità ai singoli individui, contribuiscono a definire un’«etica della sanità pubblica» che fino ad ora era affidata solamente alle figure professionali dell’assistenza sanitaria. Come affermato da al-Khatib nel suo intervento, è necessario sottolineare la priorità di principi fondanti dell’Islam per far fronte a tale epidemia, quali la solidarietà, la dignità umana e l’integrità. Tuttavia, qualsiasi riferimento religioso relativo alle epidemie, come sottolinea il professore di bioetica Muhammad Ghali, deve sempre essere contestualizzato storicamente alla luce delle informazioni mediche di cui si disponeva al tempo e degli sviluppi nella ricerca raggiunti fino ad oggi. Le pandemie sono rimaste per molto tempo un mistero la cui causa era sconosciuta, e gli ulema, non potendosi basare ad effettive osservazioni e fatti evidenti, molto spesso adottavano misure inadeguate. Da qui la posizione del professor Ghali, che sottolinea come l’etica religiosa, in questo momento delicato della nostra storia, debba avvalersi delle informazioni mediche di cui si dispone. =========================================================================================================================================== LA LUCE (giornale online islamico osservante) Non curare i non vaccinati? Deriva etica inquietante GIUSEPPE D'AMICO Da qualche tempo nel nostro paese si rumoreggia circa il diritto o la priorità d’accesso alle cure per i malati di Covid19 che non si sono sottoposti alla relativa vaccinazione. Sui social più di qualche operatore sanitario si è addirittura espresso in termini minacciosi riguardo all’assistenza sanitaria che sarebbe stata da loro riservata ai vaccinati. Da corollario a tutto questo, diversi esponenti politici, come ad esempio i responsabili della sanita della regione Lazio, hanno ventilato l’ipotesi di far pagare le cure ai malati di covid non vaccinati. Siamo evidentemente di fronte ad una triste deriva dell’etica collettiva a cui credo non dobbiamo cedere il passo. Il vento però non tira tutto solo in una direzione, ad esempio il 31 dicembre scorso la SIAATRI, la principale associazione di anestesisti rianimatori in Italia, si è giustamente sentita chiamata in causa e si è recentemente espressa sull’argomento in modo molto equilibrato ricordando come sia importante per il medico assumere sempre una posizione non giudicante nei confronti dei propri pazienti, anche quando questi potrebbero avere degli atteggiamenti incongrui o francamente ostili. Quando bisogna scegliere Dal punto di vista medico può capitare di trovarsi in contesti in cui bisogna fare delle dolorose scelte di priorità che possono portare financo ad escludere dalle cure alcune persone. Questo per esempio può accadere in contesti emergenziali in mancanza di risorse come ad esempio in caso di calamità naturali, dove addirittura le linee guida internazionali ATLS (Advaced Trauma Live Support) insegnano ad individuare e riconoscere a colpo d’occhio i pazienti con maggiore possibilità di cura rispetto a quelli che per ragioni di probabilità di sopravvivenza è preferibile lasciare indietro. Anche in altri contesti, come ad esempio in alcuni ospedali in contesti economicamente disagiati, può capitare di essere chiamati a fare una selezione durissima al triage, ovvero all’accettazione dei pazienti in pronto soccorso o in ospedale. Nei paesi in via di sviluppo semplicemente i pazienti che non possono essere trattati, perché non si hanno gli strumenti o le competenze necessarie, vanno rimandati indietro senza neanche la possibilità di offrire loro un ricovero o delle cure palliative a prescindere da quanto possa essere sofferente quella determinata persona. Queste sono situazioni non facili che hanno il potere di logorare l’umanità di chiunque vi si trovi come testimone. Un regalo dei nostri padri, il sistema sanitario universalistico In tante occasioni mi sono ritrovato con colleghi a commentare simili situazioni e l’unanime conclusione è sempre stata quella del riconoscimento della eccezionale bontà del nostro sistema sanitario universalista, un regalo lasciatoci dai nostri padri, che ci previene dal dover vivere, sia come operatori sanitari sia come cittadini, situazioni cosi laceranti. Non dimentichiamo che non in tutti i paesi occidentali è cosi, il sistema assistenziale privato legato alle assicurazioni, lascia negli USA migliaglia di persone ogni anno senza assistenza sanitaria. Una china molto pericolosa Il medico non può e non deve essere giudice del paziente perché il suo ruolo è un altro ovvero quello di curare, perché l’idea di curare chiunque a prescindere non è solo un privilegio ma è anche un elevatissimo segno di umanità e civiltà, perché in materia di accesso alle cure adottando principi diversi da quelli ispirati da ragioni mediche andremo a metterci su una china pericolosissima. Chi infatti dovremmo curare tra due bronchitici cronici, quello che non ha fumato rispetto a quello che ha fumato, o tra due fumatori quello che ha fumato di meno? E chi lo stabilisce e come? E allora gli ubriachi al volante che arrivano in fine di vita in ospedale non avranno più la precedenza perché “se la sono cercata”, per non parlare di quelli che si feriscono con i festeggiamenti di fine anno, gli obesi che hanno il diabete perché mangiano troppo, oppure di chi tenta il suicidio! E cosi via precipitando in quello che potrà essere solo un arbitrio disumano ed avvilente. Il green pass non ha nessun fondamento scientifico DONATELLA SALINA Alcuni giorni or sono a Roma, nel convegno organizzato dal “Comitato 15 ottobre”, scienziati, giornalisti, deputati, economisti e giuristi contrari all’imposizione del “Greenpass” hanno illustrato i risultati di alcuni studi sugli effetti dei vaccini, i cui effetti si riducono fino a scomparire nell’arco di pochissimi mesi; hanno dunque discusso dell’incostituzionalità del GP e dei colpevoli errori del Governo nella gestione della pandemia. La questione è stata anche portata in Parlamento dal senatore Lucio Malan, della Lega, qualche giorno fa in un’aula quasi deserta. Conta ricordare che al Convegno erano stati invitati i componenti del Comitato Tecnico Scientifico governativo, i quali ovviamente non si sono nemmeno presentati. Viviamo davvero in uno strano Paese: siamo governati da un regime che spinge al suicidio o all’esilio chi eccelle nella propria professione, come il povero dr Di Donno la cui efficace terapia anti-Covid è stata appena adottata nella Russia di Putin. Un regime che radia e sospende centinaia di medici durante una pandemia per motivi ideologici nonostante il loro impegno ed il successo delle loro terapie; e nel mentre gli ammalati incontrano enormi difficoltà nell’ottenere l’assistenza sanitaria pubblica che pagano con le loro tasse. Lo stesso regime che ha raccomandato per due anni “Tachipirina e vigile attesa”, negto validità alle ottime terapie domiciliari precoci, e accusato come fonte di ogni male chi rifiuta un vaccino che – nel migliore dei casi – è sempre meno efficace. Il ricorso anti costituzionale all’obbligo vaccinale surrettizio tramite il “Greenpass” è vessatorio e ricattatorio nei confronti di una popolazione già provata da due anni di terrore mediatico; questo ricatto sta riducendo alla fame decine di migliaia di medici, infermieri, insegnanti, poliziotti, militari e tutori dell’ordine pubblico. Questi ultimi in caso di reato penale come dipendenti pubblici verrebbero comunque aiutati con un assegno mensile per poter mangiare e pagare le bollette e le altre spese vItali. Invece, in caso di sospensione per inottemperanza all’obbligo vaccinale gli stessi vengono sospesi a stipendio zero e trattati peggio di un ladro o di uno spacciatore. Persone che hanno servito lo Stato con impegno e gravi rischi per lunghi anni, si vedono discriminate e allontanate come reietti dalla società. Sono due anni che il popolo italiano viene di fatto privato del diritto di curarsi e decenni che la spesa sanitaria viene tagliata fino all’osso e questo provoca già 50 mila decessi annui per infezioni nosocomiali. Medici e scienziati onesti hanno in più occasioni ripetuto che le cure negate o ritardate hanno rappresentato un fattore decisivo nei 135 mila decessi per Covid, il 90% dei quali sarebbero stati evitabili con cure precoci e terapie adeguate ed alla portata di tutti. Questa è la verità che il regime ha cercato e continua a cercare di coprire utilizzando i non vaccinati come capro espiatorio della propria inefficienza e corruzione. Va pure rilevato che, in confronto al Covid, si muore molto più per sedentarietà ed uso compulsivo di cereali non raffinati, che portano obesità , diabete, tumori, malattie cardiovascolari… Ma siccome solo raramente questi dati finiscono sulla stampa generalista, allora il problema semplicemente non esiste. Questi morti di patologie comuni non servono alla politica e non generano abbastanza profitto. E’ altresì accertato che l’immunità naturale vale molto più di quella da vaccino ma nessuna campagna viene fatta per aiutare la gente a potenziarla. Eppure l’immunoterapia esiste ed è praticata negli ospedali anche per curare i tumori! Finalmente si vedono le prime crepe nella narrazione ufficiale. La gente stanca e sfiduciata comincia a capire di essere stata presa per i fondelli. Le manifestazioni contro il GP, i sit-in degli attivisti, le pagine social si stanno riempiendo di vaccinati disillusi e che pretendono una strategia efficiente di terapie a fronte del fallimento del vaccino. A tal proposito diversi ricorsi sono stati presentati in sede internazionale con accuse di gravi violazioni dei diritti umani. Giova ricordare che l’Italia ha subito circa 150 condanne per tali motivi. LA LUCE Obbligo vaccinale ed eutanasia legale: come conciliare gli opposti 25/11/2021 L’eutanasia legale in Italia è divenuta realtà La sentenza della corte costituzionale 242 del 22 Novembre 2019 ha aperto le porte anche in Italia al cosiddetto suicidio medicalmente assistito. Nonostante la mancanza di chiare indicazioni procedurali a causa del vuoto legislativo in materia, il nulla osta, per un caso specifico riguardante un uomo tetraplegico da 11 anni, dato dal comitato etico della ASUL delle Marche, sembra aprire la concreta possibilità che ciò sarà praticamente possibile a breve termine. I limiti posti dalla Corte Costituzionale sono ben chiari, ovvero l’irreversibilità della malattia, insostenibilità del dolore e la chiara volontà del paziente. L’associazione Luca Coscioni, che da sempre è il principale sostenitore della battaglia per l’eutanasia legale, annuncia una iniziativa referendaria per superare i limiti attuali posti dalla Corte Nella nostra società sembra prevalere di fondo una forte richiesta di libertà in termini di autodeterminazione individuale in cui la battaglia per l’eutanasia legale non è altro che l’estrema e prevedibile conseguenza, nonché l’ultima di una lunga serie di battaglie, come quella per il divorzio o per l’aborto. Relatività del diritto e della scienza Di contro, viviamo nell’epoca dei più o meno surrettizi obblighi vaccinali ovvero nell’epoca della negazione di qualsiasi autodeterminazione individuale. La scontata critica del bene collettivo nel caso specifico del COVID19 è talmente superata da qualsiasi evidenza, vedi uno per tutti l’ultimo editoriale su The Lancet a proposito della “epidemia dei non vaccinati”, che possiamo far procedere proprio da questa irrazionale e quindi ideologica posizione, che i più si ostinano a sostenere contro qualsiasi buonsenso, due ordini di osservazioni. Primo. Abbiamo imparato da questa situazione che non esiste norma o diritto che abbia senso di per se, anche il diritto non è di fatto un punto di riferimento astratto ed indipendente come ci piace credere, ma esso dipende in larga parte o del tutto da quello che la gente crede. Nella stessa misura la scienza di una società dipende dalla concezione del mondo e della vita della società nella quale essa si sviluppa. Norimberga docet. Secondo. Per conciliare l’eutanasia legale con l’obbligo vaccinale nella nostra società dobbiamo individuare qual è la filosofia più o meno consapevole che ci consente di conciliare le due apparentemente diametralmente opposte posizioni. Delirio di controllo Nella nostra società non si troverà nessuna incongruenza nel sostenere al contempo il diritto all’aborto e quello alla genitorialità di due persone dello stesso sesso. Sono situazioni diverse, ma quello che accomuna le due istanze è una volontà di controllo dell’individuo sulla nascita a scapito di qualsiasi naturalità. Chi è favorevole alla vaccinazione obbligatorio lotta, nel proprio mondo, contro la morte che può essere causata del virus da COVID19 e nel contempo non troverà nulla di strano ad appoggiare il suicidio medicalmente assistito, eppure sono due istanze diametralmente opposte in termini di liberalità. Ciò che accomuna queste istanze non è il diritto alla vita o alla morte ma la paura della vita e della morte come eventi imprevisti e incontrollati. Di certo non si possono mettere sullo stesso piano situazioni cosi diverse come la sofferenza di un tetraplegico che da 11 lunghi anni soffre la sua condizione a quella di una persona in salute che teme di perdere la propria vita, ma questa mania del controllo o non accettazione di ciò che sfugge al nostra controllo, l’incapacità di riconoscere ed accettare l’evidenza che la vita e la morte non sono e non potranno mai essere minimamente nelle nostre mani, sono il vero motore della concezione che sottende le scelte di questa società e, a nostro avviso, l’unica sintesi possibile capace di ricondurre il quadro di un mondo che diversamente dovremmo considerare schizofrenico. La manifesta debolezza del diritto e della scienza rispetto alle istanze profonde che scaturiscono da una società in preda ad un delirio di controllo non possono che far accrescere lo smarrimento di una società sempre più in crisi esistenziale.

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