Conoscere, afferma Socrate, è sapere per concetti e avere il concetto di una cosa è
definire l’essenza di quella cosa, ossia l’insieme tipico, invariante, dei suoi attributi
e proprietà, per cui essa è quello che è. Nel concetto ripone la dimensione
dell’intelligibile che, diversamente dal sensibile, ha i caratteri della necessità e
dell’universalità. Per Socrate non c’è verità nel particolare poiché di natura sensibile
e mutevole; come tale in esso c’è solo opinione e non scienza. La conoscenza
sensoriale è soltanto punto di partenza. Dai casi e dalle affermazioni particolari
occorre risalire alla loro invariante essenza, o sostanza, prescindendo da quanto
hanno di contingente.
Per la socratica insistenza alla concettualizzazione, Aristotele ed altri studiosi vi
hanno attribuito il merito della scoperta dei principi logici del “concetto” e della
“definizione”. Parimenti, è stata attribuita a Socrate anche la scoperta dell’induzione.
Certamente, Socrate ha aperto la via alla formulazione di questi principi, tuttavia non
si è preoccupato di approfondirli e di elaborarne una sistematica teoria logica.
Quando Socrate domandava “che cos’è la virtù?”, di solito l’interlocutore rispondeva
facendo un elenco di casi virtuosi. Ma Socrate non si accontentava di questa
elencazione, voleva invece trarre dall’interlocutore una definizione generale, senza
però il preciso intento di pervenire ad una scienza logica del concetto, della
definizione e dell’induzione.
Avvalorata la conoscenza intellettiva, Socrate si volge dritto verso l’uomo per
scoprirne la vera essenza e l’essenza dell'uomo, dice Socrate, è la sua propria anima
razionale. Egli non è il primo a parlare di anima con riferimento all’uomo. Ne aveva
già parlato Omero e già gli orfici e i pitagorici avevano identificato l’uomo con
l’anima. Ma nessun filosofo greco, prima di Socrate, ne aveva sottolineato il
carattere squisitamente “personale”. Non si tratta di una scoperta casuale. Essa è
strettamente legata alla dottrina etica socratica, che identifica ogni persona nella
dimensione coscienziale e relazionale. Dagli Orfici e dai Pitagorici l’anima era
concepita come un demone divino da purificare, come un qualcosa di diverso dall’io,
dal soggetto, scindendo nel dualismo anima-corpo l’unità dell’uomo. Da Socrate, per
contro, l’anima viene fatta coincidere con la nostra coscienza pensante e operante: è,
come dice Giovanni Reale, l’io consapevole, la personalità intellettuale e morale in
rapporto a sé e agli altri.
Da ciò la famosissima massima dell’insegnamento socratico: “Conosci te stesso”. E
prima condizione della ricerca filosofica è la coscienza della propria ignoranza. Il
fondamento del vero sapere sta nell’autocoscienza, nell’impegno volto a scrutinare la
propria interiorità per acquistare, da un lato, consapevolezza dei propri limiti e della 41
propria ignoranza e, dall’altro, essere stimolati a procedere nel cammino di quella
verità che supera la sensazione.
In Socrate l’incorporea concezione etico-intelligibile dell’uomo esige che l’anima,
sua essenza, prescinda dal sensoriale e dal materiale, in un destino di immortalità in
cui essa non subisca il logoramento del tempo e l’insulto della morte. Invero, Socrate
ha cercato di provare l’immortalità dell’anima, adducendo una serie di
argomentazioni basate sulla familiarità dell’anima con l’eternità dell’intelligibile (del
concetto) nonché sulla sua superiorità rispetto al corpo in quanto sorgente perenne di
vita. Egli si rende conto tuttavia della macchinosità di siffatte argomentazioni,
facendo alla fin fine dell’immortalità dell’anima non una dimostrazione ma
personale convincimento e fiducia, come variamente testimoniato nei dialoghi
platonici che lo riguardano. Valga per tutti il seguente passaggio dell’”Apologia”:
“Se la morte è come un fare un viaggio di qui verso altro luogo e la tradizione
afferma il vero dicendo che di là vi sono tutti quelli che sono morti, in tal caso si può
forse pensare un bene maggiore di questo, o giudici?”.
Da tutta la condotta e dalle idee di Socrate traspare un generale sentimento di
religiosità lontanissima dal politeismo del popolo greco. Se il mondo appare
ordinato, e non dominato dal caos, ciò non è per Socrate semplice opera del caso ma
rivela un ordine ed una armonia frutto di una divina intelligenza. Il Dio di Socrate è
tale intelligenza, che conosce ogni cosa e ogni cosa regola secondo un fine. È anche
provvidenza, ma immanente nel mondo. Peraltro, la saggezza suggerisce a Socrate di
trattare con rispetto la religione dei padri. Non attacca né schernisce le credenze
religiose dei suoi concittadini, come avevano fatto Senofane, Anassagora e Gorgia,
ma partecipa alle feste sacre e riconosce l’autorità dell’oracolo di Delfi. Egli sa che
nel mondo misterioso del divino la ragione può ben poco ed è quindi cosa saggia
rispettare la tradizione.
Nondimeno, il modo di fare di Socrate nell’interrogare le persone, con insistenti
domande per far comprendere loro, attraverso l’ironia, la presuntuosa inconsistenza
delle opinioni espresse, provocava spesso reazioni irritate. Dava inoltre fastidio il suo
successo presso i giovani. Oltretutto, in Atene vigeva all’epoca una democrazia
conservatrice, contraria all’anticonformismo socratico in fatto di idee e di religione.
Per tutti questi motivi Socrate fu accusato sia di empietà sia di corruzione dei
giovani. Fu processato e condannato a morte. Quantunque i suoi discepoli avessero
organizzato la sua fuga, Socrate rifiutò e accettò la condanna, ritenendo giusto essere
coerente fino in fondo col principio secondo cui le leggi della propria città devono
sempre essere rispettate anche se appaiono ingiuste. Le leggi si possono cambiare o
migliorare ma non violare. La morte di Socrate è divenuta il simbolo del tragico 42
soccombere dell’intellettuale nei confronti del potere organizzato, e Socrate è stato
visto come il primo martire del pensiero occidentale e della libertà di pensiero contro
la prepotenza dei regimi politici illiberali.
Platone, nell’“Apologia”, descrive con grande commozione ed affetto il processo e la
morte di Socrate e, nel suo morire serenamente, lo rappresenta mentre pronuncia
davanti ai giudici che lo avevano condannato queste celebri e nobile parole, che
confermano la socratica speranza in una sorta di immortalità: “Ebbene, anche voi, o
giudici, bisogna che abbiate buone speranze davanti alla morte, e dovete pensare che
una cosa è vera in modo particolare, che ad un uomo buono non può capitare nessun
male, né in vita né in morte. Le cose che lo riguardano non vengono trascurate dagli
dei… Ma è ormai venuta l’ora di andare: io a morire e voi, invece, a vivere. Ma chi
di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio”.
Rimane in via conclusiva una cruciale questione circa l’interpretazione di fondo della
filosofia socratica: si tratta di metafisica dell’uomo o di umanismo? Su tale quesito i
commentatori si dividono.
I primi sostengono che si fa metafisica dell’uomo nel momento in cui esso non è
ridotto al corpo, quando si comprende che il corpo non è tutto. Del corpo dell’uomo
già si occupa adeguatamente la scienza, mentre si fa metafisica dell’uomo quando la
ragione del suo essere e del suo agire viene collocata in una dimensione
trascendente, nella dimensione dello spirito; quando l’anima non è considerata come
componente e funzione del corpo bensì come realtà immateriale. La metafisica,
infatti, è tradizionalmente concepita come passaggio dalla sfera fisico-fenomenica
verso l’universale che la trascende.
Per contro, i sostenitori dell’umanismo socratico tengono presente che Socrate stesso
ha proclamato il proprio consapevole “sapere di non sapere” e che sulla causa prima
e fine ultimo delle cose “unicamente sapiente è il Dio”. Perciò, proseguono, se
Socrate si propone di andare oltre il relativismo conoscitivo e morale dei sofisti è
perché sente l’esigenza di condurre gli uomini a condividere delle verità comuni,
quanto meno condivise da una determinata comunità sociale e nell’ambito di un
certo periodo storico, tali da avvicinarli fra loro senza tuttavia avanzare la pretesa di
irraggiungibili verità assolute. Anche nel definire la virtù sia come sapienza sia come
comportamento etico, Socrate rappresenta che, sul piano morale, la virtù è sapere ciò
che è bene e ciò che è male e non già conoscere cos’è il bene e il male in assoluto,
ché l’uomo non può cogliere assoluti, ma sapere di volta in volta, secondo le diverse
circostanze, che cosa è bene fare o non fare. In tal senso la filosofia di Socrate è
allora preferibilmente interpretabile come elevata forma di umanismo.
Buonasera filosofi ! Riguardiamo il percorso che abbiamo condiviso nel2025 ed il materiale che abbiamo utilizzato: siamo partiti da S.Agostino. Sant'Agostino (354 - 430) 1. La patristica 1.1. Il diffondersi e il radicarsi del cristianesimo portano all’elaborazione di una filosofia cristiana. 1.2. Tale filosofia, al contrario di quella antica che ricercava la verità, prende le mosse da una verità già rivelata (la parola di Dio), e ha il compito di interpretarla e renderla comprensibile. 1.3. Coloro che si adoperarono nell’elaborazione di una dottrina filosofica del cristianesimo vennero chiamati “padri della Chiesa” e tale dottrina patristica. 1.4. Il principale esponente della patristica fu Sant'Agostino di Ippona. 2. Vita 2.1. Nato nel 354 a Tagaste, in Africa nordoccidentale (l’attuale Algeria), Agostino intraprese gli studi classici, coltivando un particolare interesse per la grammatica, fino ai 19 anni, quando la lettura dell’'Ortensio' di Cicerone lo appassionò...
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