PARMENIDE 

Nasce ad Elea (a sud di Paestum, nell’attuale Campania) intorno al 510 a.C. Ha dato ottime leggi alla sua città ed è stato uomo onorato dai suoi concittadini. È considerato il fondatore della cosiddetta “Scuola elatica”, di cui Zenone e Melisso sono stati i più noti allievi. È morto verso la metà del quinto secolo avanti Cristo. Si deve a Parmenide l’inizio di una nuova fase della filosofia, non più interessata allo studio della natura, del cosmo e della sua origine, ma interessata invece al problema di quale sia la vera conoscenza e la vera realtà. Così, al posto della cosmologia e della filosofia della natura, nascono la gnoseologia e l’ontologia ovvero, rispettivamente, la filosofia della conoscenza e la filosofia dell’essere, di ciò che è. La sua dottrina è esposta in un poema di cui ci restano 154 versi. Due sono i poli attorno a cui si aggira la speculazione di Parmenide: il conoscere e l’esistere. Nel primo vi sono tre modalità: verità, errore, opinione. Altrettante ve ne sono nel secondo: l’essere, il nulla (non essere) e il divenire. La singolarità della soluzione parmenidea è l’identificazione del pensiero con l’essere mentre, in genere, nella mentalità greca antica il pensiero è invece rispecchiamento dell’essere. La conoscenza Prima di occuparsi del principio primo delle cose Parmenide affronta il problema gnoseologico, che costituisce pur sempre la porta d’ingresso della metafisica, stante la preliminare la necessità di verificare se l’umana conoscenza è in grado o meno di compiere il salto metafisico. Protagonista del poema di Parmenide è una dea, che simboleggia la verità, la quale, nel prologo, rivela che ci sono due vie lungo le quali l’uomo procede nella conoscenza: la prima via è quella della verità, certa e sicura; la seconda è quella dell’opinione, fallace e mutevole. Due sono, dunque, le forme del conoscere: quella della ragione, che si regola secondo le esigenze della logica, e quella dei sensi, che si regge sui soli dati, superficiali, dell’esperienza. La prima via conduce alla certezza, a cui si accompagna la verità, la seconda conduce all’opinione, a cui si accompagna l’errore. Collegando l'essere con la verità e il non essere con la falsità, Parmenide parte dall'osservazione che è vero ciò che è ed è falso ciò che non è. E solo il pensiero, coincidente con l’essere, è in grado di conoscere la realtà vera e profonda, mentre i sensi si fermano all'apparenza delle cose. Ma sono davvero due vie alternative e inconciliabili o sono invece due percorsi che si possono intrecciare ed anche integrarsi? In passato gli studiosi, capeggiati da 18 Aristotele, consideravano antitetiche le due vie. Eppure già nell’antichità vi sono stati interpreti, come Plutarco e Simplicio, che ne sostenevano la conciliabilità. La tesi della complementarietà è stata ripresa recentemente da Eberhard Jungel e da Virgilio Melchiorre. Questa tesi pare conforme alle battute conclusive del prologo parmenideo, là dove la dea dice di non rinnegare totalmente quanto procede dalla via dei sensi e dell’opinione, bensì di porsi in grado di saper apprendere “come l’apparenza debba configurarsi perché possa apparire verosimile”. Si potrebbe dire, sostengono i due autori citati, che la via dell’opinione corrisponde alla via della scienza, la quale non può andare oltre il mondo della materia, il mondo fenomenico, mentre la via della pura ragione è la via della metafisica, la quale non si preoccupa di descrivere e di calcolare il mondo dei fenomeni ma cerca di scoprirne le ultime ragioni e il fondamento. La critica parmenidea della via dell’opinione non andrebbe presa quindi come un rifiuto ma come una delimitazione di ambito e di valore. È la critica rivolta da un metafisico alla scienza qualora assumi pretese totalizzanti. Ma, invero, vale anche il contrario. L’essere Parmenide giunge a concepire la potenza, la perfezione, il fascino dell’essere tenendosi fermo nella via della ragione: la ragione comprende che solo l’essere è e che al di fuori dell’essere nulla è: “l’essere è e non può non essere, mentre il non essere non è e non può essere”. Ciò che sta a cuore a Parmenide è soprattutto la ragione, il logos, e i suoi diritti insindacabili. Diritto primo della ragione è conoscere la verità, la quale compete esclusivamente all’essere poiché esso solo può sottrarsi al nulla. Essere e ragione si richiamano a vicenda. Per intrinseca necessità (“dike”) la ragione non può pensare che l’essere non sia. Si innesta qui il rapporto tra essere e conoscere, che si mostra in Parmenide come rapporto di identità: “Lo stesso è pensare ed essere”. Quello di Parmenide è il problema della realtà autentica, dell'essere autentico della realtà, ma anche, contemporaneamente, il problema della ragione e del linguaggio che l'uomo adopera per parlare delle cose e della realtà. Come Eduard Zeller ha parafrasato “nulla è fuori dell’essere, ed ogni pensiero è pensiero dell’essere”; oppure, secondo Pilo Albertelli, “se si pensa, si pensa a ciò che è, all’essere”. Parmenide non distingue tra realtà e pensiero né distingue il pensiero come facoltà da un lato e come pensato dall’altro. Sostiene che realtà, pensiero e parola sono i tre aspetti fondamentali dell’essere e tutti obbediscono ad una medesima legge, che è contemporaneamente legge logica e legge della realtà: l’essere coincide con la logica e con il linguaggio che descrive la realtà; l’ordine del mondo coincide con l’ordine del pensiero che lo pensa e del linguaggio che lo esprime. Un’interpretazione idealistica al riguardo è peraltro fuori luogo, 19 poiché Parmenide assegna all’essere attributi di chiara oggettività: “senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare”. Ma allora che cosa Parmenide intende davvero per “essere”? L'essere è da Parmenide inteso come l'essere puro, assoluto, l'essere come totalità di ciò che è, per cui il non essere che gli si contrappone è il nulla assoluto, l’assolutamente niente, ed il niente, il non essere, non solo non esiste, ma neppure può essere pensato né descritto. L’indagine viene rivolta non più al comune principio delle cose di natura ma all’individuazione di un prioritario principio di verità nell’intento di superare la barriera fenomenologica e riflettendo, per la prima volta nella storia del pensiero occidentale, sul genere apparente del divenire delle cose. Il principio non è più identificato in un determinato elemento naturale ma nell’essere in quanto tale, ontologicamente concepito come superiore entità trascendente la mutevolezza dell’esperienza sensibile. Nell’essere è posta la realtà autentica, che ha portata più ampia, più vera e stabile rispetto alla realtà dei sensi. La conoscenza sensibile si ferma alla superficie delle cose, mentre la conoscenza secondo logica e ragione è basata su principi, regole e concetti che rimangono sempre fissi e immutabili, per cui l’essere, il loro essere, resta tale costantemente e non può diventare anche non essere. In tal senso due sono i meriti di Parmenide. Il primo sta nell’aver riposto il principio primo in una realtà, l’essere, che trascende ogni altra realtà sia di ordine fisico (acqua, aria, fuoco, ecc.) che immaginativo. Si tratta comunque di un trascendere orizzontale e non verticale, pur sempre immanente: è il trascendere del tutto rispetto alle parti. Il secondo merito sta nell’aver concepito il mondo non più come una somma di enti, ricondotti invece ad univoco principio universale: ogni ente, prima di essere qualcosa di determinato, deve innanzitutto essere, esistere. Nel linguaggio degli ionici il reale si esprimeva ancora con un plurale: “tà onta” (le cose che esistono); l’essere assumeva, qualunque ne fosse l’origine, la forma visibile di una pluralità di cose. Al contrario in Parmenide, per la prima volta, l’essere si esprime con un singolare: “to eòn”. Non si tratta più di questi o quegli enti ma dell’essere unico e totale. È un cambio di vocabolario che traduce l’avvento di una nuova nozione dell’essere: non più le cose diverse che l’esperienza sensibile coglie, ma il superiore principio intelligibile del logos, colto dalla ragione e non dai sensi, che si esprime attraverso il linguaggio conformemente all’esigenza della non contraddizione. È l’astrazione di un essere puramente intelligibile, che esclude la pluralità, la divisione, il cambiamento e che si costituisce in opposizione al reale sensibile e al suo perenne divenire. È quella tensione all’unità, all’Uno e all’Identico, che si esprime quando alla domanda “come 20 emerge l’ordine dal caos?” si sostituisce la domanda “che c’è di immutabile nella realtà?”. Dell’essere Parmenide esalta le singolari virtù: l’essere è ingenerato, imperituro, eterno, perfetto, compiuto, immobile, indivisibile; penetra tutto: “è tutto pieno di essere”. Nella filosofia parmenidea dell’essere, attestano vari studiosi, la riflessione matematica ha avuto una parte decisiva. Essa, per il suo metodo dimostrativo e per il carattere ideale dei suoi oggetti, acquista valore di modello. Applicando il numero all’estensione, ha posto il problema del rapporto dell’uno e del molteplice, dell’identico e del diverso, analizzati con logico rigore. La non contraddizione è, secondo Parmenide, l’assoluta e univoca ragione immanente nell’essere e nel logos: l’essere è, il non essere non è. Espresso in questa forma categorica il nuovo principio compie un balzo logico, ma nello stesso tempo si trova separato dalla realtà fisica del divenire. Il divenire Respinto dall’essere e dal vero, il divenire viene ridotto da Parmenide ad apparenza priva di consistenza ontologica. Ma siamo certi di siffatta assoluta negazione del divenire, come gran parte degli interpreti afferma, oppure è più corretto ritenere che ciò che Parmenide rifiuta è piuttosto l’assolutizzazione del divenire quale teorizzata da Eraclito? Indubbiamente, scrive W. Jaeger, “l’idea fondamentale di Parmenide è che la filosofia ionica della natura, la quale cercava di afferrare nel nascere, nel divenire e nel perire l’origine incessantemente mossa di tutte le cose, non soddisfa il rigoroso concetto dell’essere”. Ma questo non implica necessariamente l’eliminazione di un qualsiasi divenire. Se è vero che Parmenide non condanna la scienza fisica ma la sua assolutizzazione, si può concludere che ciò possa valere anche per il divenire. In particolare sono le assolutizzazioni di certi contrari che Parmenide contrasta. Gli uomini hanno preteso non solo di dar nome a forme contrapposte del mondo dei fenomeni, ma anche di dar conto del reale ponendosi ora solo da un lato ora solo dall’altro, come se si trattasse di realtà sussistenti separatamente, mentre “l’essere non è divisibile perché è tutto uguale; non c’è un punto in cui meno prevalga, ma è tutto pieno di essere”. L’errore degli uomini sta semmai nell’intendere le differenze fenomenologiche come differenze ontologiche. Limiti Significative sono le acquisizioni della filosofia parmenidea. Innanzitutto si enunciano per la prima volta, quanto meno indirettamente, i principi di identità, di 21 non contraddizione e del terzo escluso, stabilendo così le basi della logica classica. In secondo luogo, Parmenide per primo pensa consapevolmente che il pensiero è l’essere e, a sua volta, l’essere è pensiero. Solo ammettendo la validità di questa identificazione è possibile, secondo Parmenide, conseguire la certezza che nel puro pensiero non si realizza tanto una riflessione su pensati ad esso esterni quanto invece il trovarsi già col pensiero logico nell’essere stesso: il pensare, nel senso pieno del “logos”, è la vera realtà in cui l’essere si fa da sé presente come l’assolutamente opposto all’impensabilità nulla. Il pensiero scorge che il non essere ha solo valore logico-oppositivo, non sostanziale, all’essere. Peraltro, qui si evidenziano anche i limiti della speculazione parmenidea: le leggi della logica diventano le leggi della realtà. Così, la metafisica di Parmenide non è più una metafisica dell’esperienza ma una metafisica inesorabilmente deduttiva, in cui l’essere viene piegato alle esigenze del logos. La stabilità dell’essere è davvero tale solo nel puro essere, nell’essere assoluto, eterno, perfetto, immutabile, mentre essa non è più garantita quando esso è contingente e caduco. In Parmenide le caratteristiche dell’essere sono considerate solo in funzione di una riflessione logica, ma senza pensare che tali caratteristiche appartengono piuttosto al logos che all’essere in concreto. Un secondo limite attiene all’uso esclusivamente sostantivato del verbo essere. Parmenide ignora, cosa tipica a quell’epoca, il significato e la funzione anche copulativa del verbo essere, che serve ad attribuire un predicato al soggetto, configurandosi allora, in tal senso, numerosi modi di essere (è bello; è brutto; è giusto; è sbagliato; ecc.). Conservando invece l’abitudine di sostantivare il verbo essere, esso diventa “l’essere” come reificazione di un concetto, ove il concetto astratto sostituisce l’oggetto concreto dimenticandosi, come dice il filosofo Fuerbach, che “gli oggetti sono dati ma i concetti sono posti”. La copula si applica ad un sostantivo e non ha senso applicarla ad un verbo, in questo caso al verbo essere. Dire che un ente possiede certi attributi ha senso, ma è mera tautologia dire che l’essere è. In effetti, interrogandosi sul non essere, ovvero ponendo la domanda “che cos’è il nulla?”, Parmenide si imbatte nel “paradosso del non essere”: da un lato il non essere è niente per sua stessa definizione; dall’altro lato esso è però anche qualcosa, è negazione logica della negazione, negazione, per coerenza logica, di ogni consistenza del non essere. Affascinato dall’assoluto e dall’immutabile, sfugge a Parmenide l’alterità dell’essere la quale, accanto all’univoca totalità del reale, di per sé veritieramente contrapposta al nulla (o l’uno o l’altro, il terzo escluso), consente d’altronde la pluralità e il divenire degli esseri relativi, tra loro diversi, come dirà 22 Platone), nonché i diversi modi di predicare l’essere in ciò che è e che diviene, come dirà Aristotele. Le teorie di Parmenide, per il loro carattere innovativo e poiché assolutamente contrarie all’evidenza del senso comune, provocarono enorme stupore e suscitarono vivaci polemiche. I discepoli di Parmenide, soprattutto Zenone e Melisso, si proposero allora, per rafforzare la tesi del loro maestro, di dimostrare con esempi concreti, ricorrendo a paradossi, che davvero la molteplicità e il divenire degli enti non sono reali ma solo apparenti, mentre reale è solo l’essere unico e immutabile quale da Parmenide sostenuto. Contro il movimento e il divenire delle cose valga rammentare l'argomento di Achille e la tartaruga e l'argomento della freccia, avanzati da Zenone. Il veloce Achille non potrà mai raggiungere in una corsa la tartaruga se ad essa sia stato concesso un vantaggio iniziale, anche di un solo passo, giacché quando Achille raggiungerà il punto dal quale è partita la tartaruga, essa avrà già percorso un certo tratto; quando poi Achille percorrerà questo secondo tratto, la tartaruga, di nuovo, avrà percorso un tratto ulteriore, e così via all'infinito. Altrettanto, una freccia scagliata contro un bersaglio è invece immobile poiché, in ogni istante in cui è divisibile il tempo del volo della freccia, essa è ferma nello spazio che occupa in quell'istante medesimo. Essendo immobile in ogni istante, lo è anche nella totalità della sua traiettoria. Solo apparentemente la freccia si muove, mentre in realtà è sempre fissa. E’ pertanto assurdo pensare che i corpi si muovano. Melisso, a sua volta, ribadisce l’infinità dell'essere perché, se fosse invece finito, dovrebbe confinare con un vuoto e quindi con un “non essere” (il vuoto), il che è impossibile posto che il non essere non esiste. In quanto infinito, l'essere è necessariamente anche unico dato che, se vi fossero due o più esseri, questi non potrebbero essere infiniti perché si limiterebbero reciprocamente. Come unico ed infinito l'essere è anche incorporeo, privo di spessore, di parti e di qualsiasi figura perché, se avesse corpo e spessore, sarebbe composto di parti e perciò non sarebbe più unico. Privo di figura, l'essere neppure può avere la perfetta forma di sfera. L'essere è quell’uno infinito che non lascia nulla fuori di sé: è il tutto. Di conseguenza, l'essere è anche inalterabile poiché, se mutasse, diverrebbe altro da sé, un “non essere” più se stesso, il che è assurdo. Contro l'opinione comune del divenire e della pluralità delle cose, anche Melisso ne rimarca l’impossibilità. Le cose molteplici che i sensi parrebbero attestare esisterebbero alla sola condizione che ciascuna di esse permanesse sempre identica. Invece l'esperienza ci mostra che le cose mutano continuamente, il che però è solo apparenza. Occorre negare la validità dei sensi. Ritenere fondato il mutamento e la molteplicità delle cose significherebbe, contro la logica, ammettere che anche il "non essere" (il non essere più come e quanto quelle di prima) esiste. Sennonché i paradossi addotti sono validi nel quadro delle grandezze infinite matematiche e non già nella natura fisica ove, come dirà Aristotele, “esiste solo il finito e solo distanze finite”. 23 I FILOSOFI PLURALISTI Dopo Parmenide i filosofi successivi non potevano ignorare il rigore e la forza logica del suo pensiero, per cui l’essere è o non è, da cui l’assurdità del pensare che, nel divenire, una cosa che “è” divenga un “non essere” più tale, giacché il non essere è il nulla, è niente, ed il niente non esiste. Tuttavia nemmeno poteva essere negata, d’altro lato, l’evidenza del divenire e la molteplicità dei fenomeni, come asserito da Eraclito. Anche il conoscere, si sosteneva, non può essere esclusivamente attribuito alla ragione logico-astratta dovendosi pur tener conto, inoltre, della conoscenza sensibile. Si trattava allora di conciliare il principio parmenideo dell’immutabilità dell’essere con quello eracliteo del continuo divenire. Nel cercare una sintesi è stata pertanto concepita la sussistenza di una pluralità di elementi, ciascuno eterno e immutabile come l’essere di Parmenide, costituenti il sostrato immodificabile di tutte le cose, ma tali che essi, combinandosi variamente fra loro, potessero spiegare anche il divenire, la varietà e molteplicità delle diverse cose del mondo quali vediamo. In tal senso non vi è né nascita né morte delle cose ma solo varie combinazioni di elementi in sé perenni. I filosofi che elaborarono questa teoria, ritenendo plurimi, gli elementi di base costitutivi della natura, sono stati per ciò stesso chiamati “filosofi pluralisti” o “fisici pluralisti”. Al monismo ontologico (il sussistere di un unico e solo principio) degli eleati si è venuto così a contrapporre un pluralismo ontologico di vario genere. Creatori di questo nuovo tipo di ontologia sono stati Empedocle, Anassagora e Democrito, ognuno dei quali ha dato vita a una propria versione pluralistica: i quattro elementi di Empedocle, le “omeoremie” di Anassagora, gli atomi di Democrito.






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