Filosofi pluralisti

I FILOSOFI PLURALISTI 

Dopo Parmenide i filosofi successivi non potevano ignorare il rigore e la forza logica del suo pensiero, per cui l’essere è o non è, da cui l’assurdità del pensare che, nel divenire, una cosa che “è” divenga un “non essere” più tale, giacché il non essere è il nulla, è niente, ed il niente non esiste. Tuttavia nemmeno poteva essere negata, d’altro lato, l’evidenza del divenire e la molteplicità dei fenomeni, come asserito da Eraclito. Anche il conoscere, si sosteneva, non può essere esclusivamente attribuito alla ragione logico-astratta dovendosi pur tener conto, inoltre, della conoscenza sensibile. Si trattava allora di conciliare il principio parmenideo dell’immutabilità dell’essere con quello eracliteo del continuo divenire. Nel cercare una sintesi è stata pertanto concepita la sussistenza di una pluralità di elementi, ciascuno eterno e immutabile come l’essere di Parmenide, costituenti il sostrato immodificabile di tutte le cose, ma tali che essi, combinandosi variamente fra loro, potessero spiegare anche il divenire, la varietà e molteplicità delle diverse cose del mondo quali vediamo. In tal senso non vi è né nascita né morte delle cose ma solo varie combinazioni di elementi in sé perenni. I filosofi che elaborarono questa teoria, ritenendo plurimi, gli elementi di base costitutivi della natura, sono stati per ciò stesso chiamati “filosofi pluralisti” o “fisici pluralisti”. Al monismo ontologico (il sussistere di un unico e solo principio) degli eleati si è venuto così a contrapporre un pluralismo ontologico di vario genere. Creatori di questo nuovo tipo di ontologia sono stati Empedocle, Anassagora e Democrito, ognuno dei quali ha dato vita a una propria versione pluralistica: i quattro elementi di Empedocle, le “omeoremie” di Anassagora, gli atomi di Democrito. EMPEDOCLE: LE QUATTRO RADICI Nasce ad Agrigento, intorno al 484 a.C., da famiglia nobile. Si impegna in politica e diviene capo del partito democratico. È stato al tempo stesso scienziato e medico ed ha avuto fama di mago. Ha scritto due opere in versi poetici: “Della natura” e “Le purificazioni”. Muore nel 424 a.C. Per lo più Empedocle ha avuto maggior considerazione dagli antichi anziché dai moderni. Da Hegel è considerato più poeta che vero filosofo, scorgendo in lui un pensatore incline al compromesso, che cerca di mettere tutti d’accordo: ionici, eleati, pitagorici, Eraclito. Ma la storiografia più recente ha corretto i giudizi negativi, pur 24 essendo la sua dottrina contaminata da temi orfici, mitici e da atteggiamenti taumaturgici. “Empedocle -scrive Bignone- è sì un profeta, ma un profeta che scende tra gli uomini per vivere fra loro… Parla per convincere e persuadere, scegliendo la forma poetica, più penetrante negli animi… Ogni aspetto del suo pensiero non si fissa in una sentenza rigida come una legge, si tramuta spesso, invece, in compartecipe dramma interiore di fronte all’umano destino”. Egli è insieme scienziato, poeta e mago. Le concezioni magico-orfiche di Empedocle sono espresse soprattutto nel poema “Le purificazioni”, ove l’anima dell’uomo è dipinta come un demone bandito dall’Olimpo per una colpa originaria e gettato nel mondo per espiare. Al che Empedocle si preoccupa, di seguito, di indicare le regole di vita atte a purificare l’anima e liberarla dai cicli delle reincarnazioni affinché ritorni stabilmente tra gli dei. Come Parmenide, anche Empedocle è convinto che l’esser non possa né nascere né perire, che non possa venire dal nulla e ritornare nel nulla poiché il nulla è non essere, assolutamente niente. Nascita e morte degli uomini e delle cose, quindi, non esistono. Ciò che ci appare come nascita e come morte, come continuo divenire, trasformarsi e sparire delle cose, deriva invece dal mescolarsi e dividersi di elementi fondamentali che compongono le cose stesse, i quali permangono tuttavia in sé eternamente uguali e indistruttibili. Tali elementi, chiamati “radici di tutte le cose”, sono quelli classici, l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, conformemente alla constatazione dell’esperienza che sembra attestare che tutto provenga da essi. Sorge così, in Empedocle per primo, il concetto di “elemento”, concepito come un qualcosa di originario e immodificabile ma in grado di unirsi o separarsi con un altro elemento. Nasce la concezione pluralistica della realtà, che supera il monismo sia degli ionici che degli eleati. I quattro elementi, o le quattro radici, unendosi danno origine alle cose e separandosi danno origine al loro trasformarsi e scomparire. Essi costituiscono pertanto un sottosuolo perenne e immutabile della realtà che Empedocle, come scienziato, si rifiuta di collocare nella dimensione impalpabile ed astratta dell’essere parmenideo ma lo ripone in sostanze concrete, tali da soddisfare l’esigenza dell’immutabilità dell’essere assieme alla sua diveniente molteplicità. I quattro elementi però, aggiunge, non sono da soli sufficienti per dar conto del divenire. Per spiegarlo Empedocle introduce due ulteriori elementi, di ascendenza mitologica, due potenze: l’Amore e l’Odio, ovvero l’Armonia e la Discordia. Queste potenze, che oggi potremmo chiamare attrazione e repulsione, si alternano a vicenda, prevalendo ciclicamente una sull’altra e dando luogo a continui cicli cosmici. Quando predomina l’Amore tutti gli elementi si raccolgono in unità; non vi sono cose distinte ma c’è un Tutto uniforme, una compatta unità chiamata “Uno” o “Sfero”. Quando predomina l’Odio gli elementi si separano dallo Sfero e si ha il Caos. Neppure in 25 questa fase del ciclo cosmico esistono il mondo, le singole cose e il loro divenire. Essi nascono invece nelle due fasi intermedie, quando l’Amore comincia a riemergere dal Caos e, riunificando gli elementi, produce un progressivo molteplice formarsi delle cose, oppure quando comincia ad agire l’Odio, che separa gli elementi traendoli fuori dalla compatta unità dello Sfero, producendo una progressiva trasformazione e scomparsa delle cose. Amore e Odio non sono concepiti come forze spirituali, ma fisiche, naturali, intramondane. La storia dell’universo si svolge secondo la legge inflessibile ed eterna dell’ordine divino, nel ciclico avvicendarsi di armonia e discordia. Soprattutto all’ordine e all’armonia è rivolta l’attenzione di Empedocle. Egli non contrappone, come gli eleati, la conoscenza filosofica a quella scientifica ma cerca di accordarle. Riconosce i limiti della conoscenza meramente empirica, che impedisce all’uomo di giungere pienamente alla verità delle cose, e trova il giusto rimedio nella superiore conoscenza della ragione. Il punto di partenza sta nella concretezza della conoscenza sensibile, mentre è opera della ragione l’unificazione concettuale e il potenziamento dei gradi inferiori di conoscenza, così come pure è opera della ragione la scoperta delle radici tutte le cose ANASSAGORA: LA TEORIA DEI SEMI E DELL’INTELLIGENZA ORDINATRICE Nato a Clazomene, nella Ionia, nel 499 a.C., si trasferisce ad Atene, ove introduce lo studio della filosofia, operandovi per un trentennio. È stato amico di Pericle. Perseguitato perché aveva negato il carattere divino dei corpi celesti, si rifugia a Lampsaco, nella Misia, dove muore nel 428 a.C. Ha scritto un trattato “Sulla natura”. La via del pluralismo ontologico tracciata da Empedocle viene percorsa anche dal suo contemporaneo Anassagora. Egli la libera però dal pesante ingombro del mito e la fa avanzare più speditamente nel linguaggio chiaro e preciso del logos. “Anassagora, scrive W. Jaeger, è lo scienziato puro. La sua indole è più limitata rispetto alla focosa anima poetica e profetica di Empedocle… Ma entro i suoi limiti la mente di Anassagora è più logica e unitaria. Egli è completamente dedito all’interpretazione scientifica dei fenomeni naturali”. Con lui la scienza della natura acquista più chiara fisionomia di disciplina autonoma, sgombra da elementi mitico-antropomorfici. Come in Empedocle, preoccupazione principale di Anassagora è di conciliare Parmenide con Eraclito. Da buon scienziato non è disposto a rinunciare al mondo dei fenomeni, ma allo stesso tempo, da fine filosofo, avverte anche l’esigenza di collegare il mondo dei fenomeni ad un comune superiore principio metafisico. In entrambi i campi Anassagora supera Empedocle: con la dottrina delle omeomerie nel campo della scienza e con la dottrina del Nous in quello della metafisica. Per Anassagora gli elementi costitutivi di fondo non possono essere soltanto le quattro radici di Empedocle perché da sole non bastano a spiegare l’innumerevole varietà delle cose. Gli elementi devono essere invece infiniti, infinitamente vari come le cose le quali, pertanto, son fatte derivare da una infinità di “semi”, intesi come particelle piccolissime e invisibili di materia e di qualità diverse: vi sono semi di oro, di pietra, di carne, di ossa, ecc. Poiché i semi rimangono intrinsecamente sempre uguali a se stessi, sono stati chiamati da Aristotele “omeomerie”, termine significante, appunto, parti uguali. I semi sono infinitamente divisibili e infinitamente aggregabili ma ognuno, rimanendo sempre uguale a se stesso, conserva per ciò stesso le caratteristiche dell'eternità e della immutabilità dell'essere di Parmenide. Ogni cosa deriva dal tipo di semi dai quali è in prevalenza costituita, però in ciascuna vi sono pure, in minor quantità, i semi di tutte le altre cose. Perciò -dice Anassagora- “Tutto è in tutto”. In ogni cosa c’è parte di ogni altra cosa. Ognuna, pertanto, è una ben ordinata mescolanza in cui esistono, in diversa proporzione, i semi di tutte le cose giacché, ad esempio, se l’erba mangiata dagli animali diventa carne, vi devono essere particelle di carne anche nell’erba poiché la carne non può provenire da ciò che carne non è. Poiché tutto è in tutto, per conseguenza è possibile che tutto nasca dal tutto: il sorgere, il crescere e trasformarsi delle cose. Nulla nasce dal nulla. All’origine tutti i semi formavano un unico insieme immoto e caotico in cui nessuno di essi era discernibile. Successivamente, l’intervento di un’intelligenza ordinatrice divina, chiamata da Anassagora "Nous" (=intelligenza in greco), imprimendo alla massa indistinta e originaria dei semi un energico moto di rotazione, produsse la separazione e la selezione dei semi in ben ordinate combinazioni secondo la loro omogeneità, dando avvio all’avvento del cosmo. L’indiscernibile divenne allora discernibile ed i corpi iniziarono ad esistere acquistando le loro proprietà qualitative. Il movimento turbinoso separò i semi secondo l’opposizione del caldo e del freddo, della luce e dell’oscurità, del rarefatto e del denso, dell’umido e dell’asciutto. Questo stesso movimento staccò dalla terra masse che si infiammarono, formando gli astri e il Sole. Gli animali e l’uomo si formarono dai semi provenienti dall’aria, avvolgenti tutta la terra. Mentre per Empedocle la separazione dei quattro elementi dall’unità dello Sfero, e quindi la formazione del cosmo e delle cose divenienti, è ciclica, per Anassagora l’originaria separazione dei semi dall’indistinto insieme primigenio, causata dall’iniziale vigoroso moto rotatorio, è definitiva: ciò comporta, in luogo di quella 27 circolare, una concezione rettilinea del tempo e della storia, che Anassagora anticipa per la prima volta. In aggiunta, ancor più che al concetto di omeomerie, il nome di Anassagora è legato a quello del Nous, grazie al quale egli ha fatto compiere alla metafisica un significativo passo in avanti verso un modello trascendentistico, svincolato dalla commistione mitologica concernente la contesa tra Amore e Odio di cui si era servito Empedocle. Il caos non può diventare cosmo se non per l’intervento del Nous. Se in Anassagora ogni cosa contiene parti di tutte le altre cose, è peraltro il Nous, illimitata intelligenza indipendente e non mescolata ad alcuna cosa, che dà ordine alle cose del mondo. Profondamente innovativa è siffatta intuizione di un principio intelligibile distinto dal mondo, dalle cose e anche dai semi, ossia trascendente, puro, infinito e dotato di conoscenza e di dominio su tutto. Il pensiero filosofico diventa più raffinato e si avvicina ad una concezione immateriale della realtà. Per la prima volta, con Anassagora, appare la teoria di una mente e di una intelligenza ordinatrice. Da questo dottrina prenderà le mosse la metafisica di Platone e di Aristotele, pur se l’azione del Nous rimane ancora più di tipo fisico che spirituale: non produce la materia e i semi, che sono eterni, ma è la forza, il principio intramondano, che vi mette ordine. Gli attributi che Anassagora assegna al Nous sono dunque: 1. quello della separatezza dal mondo materiale, ovvero l’immaterialità: “a nessuna cosa è mescolato…se fosse mischiato con qualche cosa… non avrebbe più potere su alcuna cosa”; 2. quello dell’onniscienza: “ha cognizione completa di tutto”; 3. quello dell’onnipotenza: “su tutte le cose ha potenza l’intelletto”; 4. quello di fattore del divenire: “sull’intera rivoluzione l’intelletto ebbe potere si dà avviarne l’inizio”; 5. quello di principio dell’ordine: “tutto l’intelletto ha ordinato”. Per tale insieme di attributi taluni hanno manifestato la tendenza ad assimilare il Nous al Dio personale delle religioni monoteistiche. Anassagora ha certamente un’intuizione alta del principio primo del divenire e dell’ordine, ma tale che non giunge al concetto del Dio persona e ciò per tre motivi: il Nous non è persona; non è puro spirito; non è libero in quanto presiede all’ordine del cosmo ma non ne è il creatore. 28 Sia Platone che Aristotele riconoscono ad Anassagora il merito di avere introdotto il Nous nella sua spiegazione del cosmo, ma al tempo stesso gli rimproverano di averlo lasciato inoperoso per non aver dato uno scopo al suo agire. Per poter agire in vista di un fine il Nous dovrebbe già avere l’idea del cosmo, ma per tutti i greci il pensiero riflette l’essere, non lo crea, e l’idea del cosmo non può sorgere se non quando esso già sussista. Il Nous anassagoreo non può prevedere, conoscere e ordinare ciò che ancora non è nato, bensì solo in seguito. Inoltre, in dipendenza della tesi del tutto in tutto, benché in varie proporzioni i semi rimangono pur sempre mescolati gli uni con gli altri, perciò la loro separazione dal caos primordiale non può definirsi ordinatamente compiuta. Neppure l’immaterialità del Nous è da ritenersi assoluta bensì relativa, permanendo in esso, come dallo stesso Anassagora in prosieguo asserito, un residuo materiale seppur di sostanza sottilissima. Nonostante l’entusiasmo di Anassagora, gli attributi da lui assegnati al Nous, in funzione di una piena immaterialità e finalismo metafisici, sono quindi suscettibili di ridimensionamento. Del resto, la distinzione tra materia e spirito, tra materiale e immateriale, è categoria che, fino ad allora, cadeva al di fuori dell’orizzonte mentale di Anassagora come di tutti i primi filosofi. Invero il Nous, confinato in una potestà unicamente ordinatrice, ha preminente valenza logico-gnoseologica più che di superiore causa efficiente e finale sul mondo. Nondimeno, per la prima volta è apparsa con Anassagora la teoria di una mente ordinatrice operante nel mondo.





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